Morte del Benessere
di A.Motta (estratto)

"I moti planetari conservano una sublime indifferenza rispetto alle nostre astronomie terrestri. Ma il comportamento dell'uomo non presenta una pari indifferenza rispetto alle teorie sul comportamento adottate dall'uomo". Lèon Eisenberg (1972)
 
 
Il benessere è creazione, far sorgere dal nulla realtà prima inesistenti, “funzionamenti” prima sconosciuti; il passaggio dal buio all’essere è benessere. Se a prima vista può sembrare una dichiarazione mistica, questa è in realtà una conclusione a cui si giunge facilmente “fiutando” le piste dei recenti studi economici.

Il benessere dell’uomo non è certo proporzionale al numero di beni a sua disposizione, sembrerebbe  anzi, che da una certa soglia in poi il trade-off sia invertito. Ecco perché i paesi sviluppati per accrescere il loro benessere devono avere il coraggio di capovolgere un concetto tramandato dalla fetta di economia interessata maggiormente al PIL che ad ogni altro indicatore. Non tanto la quantità di beni ma la reale capacità di vivere stili di vita tra loro distanti può permettere all’uomo di incarnare un benessere “dinamicamente durevole, potenzialmente eccitante ed autocaricante.” (Carcano, 1990).

I paesi sviluppati, in epoca moderna, confondono il “Bene” con i beni disperdendo energie e coscienze in percorsi anti-sociali, anti-umani; il buon senso suggerire, invece, che l’economia debba condurre gli uomini a “star meglio”, ad aumentare cioè il loro benessere.

In realtà, nella nostra società si sta diffondendo la sensazione che il crescere dell’abbondanza materiale non corrisponda ad un pari aumento nella dimensione del benessere. Nelle società a reddito elevato, cioè, si comincia a rilevare come il disporre di un maggior reddito faccia “star bene” meno di quanto ci si potesse aspettare.

L’indice “Very Happy” all’U.S. National Surveys’ questionnaire nel periodo 1946-1990 è diminuito (dal 7,5 al 7%) mentre il GDP pro-capite è fortemente cresciuto (da 6.000 a 20.000 $).   Putnam (2000), Wright (2000), Lane (2000), tutti sostengono che l’happiness sta diminuendo, o non crescendo, nelle economie avanzate.  I dati "non incoraggiano l’idea che la crescita economica conduca ad un aumento del benessere” (Oswald 1997, p. 1818),   dal momento che la percentuale di americani che si autodefiniscono "very happy" sta diminuendo pur a fronte di un forte aumento del reddito pro-capite (v. grafico seguente).


 
Fonte: Lane 2000 tratto da Bruni (2002)

Se i risultati a cui pervengono numerosi economisti si distanziano tanto tra loro ciò significa che una maggiore chiarezza, e alcuni concetti nuovi, devono essere portarti nel panorama esistente [1]

A tal proposito, Sen, premio nobel per l’economia 1998, fa notare come l’uomo abbia bisogno di spazi di libertà intesi come capacità di realizzare il proprio progetto di vita, al di là dei disegni di sviluppo imposti dalle nazioni, al di là dei piani di ammodernamento o  del progresso tecnologico [2] .

Il nucleo di pura possibilità che è libertà sostanziale; questo è il motore del benessere.

Ancora con Sen, il termine “funzionamento” indica ciò che si può “fare e essere” attraverso i beni in proprio possesso, vista la singola situazione individuale; il benessere si misura sul numero degli stati dell’essere e del fare potenzialmente realizzabili, in sostanza si misura sull’ampiezza della “concreta” possibilità di dirigere la propria esistenza al punto finale che si ritiene essere, a ragion veduta, il proprio progetto di vita. Non si parla nemmeno di benessere, quanto di libertà di benessere: questo spazio è denominato “Capability Set”, in italiano “Capacità”.

Io spingo oltre il senso del messaggio di Sen e propongo una nuova dimensione in cui spostarsi; “benessere” è la capacità di far apparire, di “creare” dal nulla, “funzionamenti” [3] prima non illuminati nel nostro spazio della “Capacità”. Questo processo che “illumina”  modi di esistere nuovi, che spalanca percorsi umani alternativi all’ovvio, è la componente fondamentale del benessere. Non quindi il numero degli stati dell’essere e del fare che potenzialmente posso raggiungere, come vuole Sen, ma il numero di funzionamenti che posso illuminare e far emergere nel mio spazio di capacità senz’altro aiuto che la mia mente e il mio corpo, questo è benessere. La capacità creativa sul mio progetto di vita fuori dai programmi dei governanti, dalle teorie religiose o dal consenso sociale, questa è la libertà che produce un benessere auto-generante, durevole ed eccitante. Benessere come spazio di libertà pura e interna, come “possibilità” incarnata che si esprime infine  in una scultura sociale alla Beyus.

Sen giunge a definire lo sviluppo come “un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani”. Questa concezione mette al centro le libertà umane [4] e “si contrappone ad altre visioni più ristrette dello sviluppo, come quelle che lo identificano con la crescita del prodotto nazionale lordo, o con l’aumento dei redditi individuali, o con l’industrializzazione, o con il progresso tecnologico, o con la modernizzazione della società”  (Sen, 2000).


[1] Easterlin (2000) ritiene che: “the relationship between happiness and income is puzzling. At a point in time, those with more income are, on average, happier than those with less. Over the life cycle, however, the average happiness of a cohort remains constant despite substantial income growth” (p. 1). Blanchflower e Oswald (2000) mostrano, sulla base di diverse tecniche econometriche, che la correlazione tra la percentuale di risposte “very happy” e “not very happy” e livelli di reddito ci sia, anche se è minore di quella che alcuni autori ottimisti si aspetterebbero.

[2] “The people have to be seen, in this perspective as  being actively involved – given the opportunity – in shaping their own destiny, and not just as passive recipients of the fruits of cunning development programs” (Sen 1999)

[3] Il termine “funzionamento” è ancora da intendersi ne senso di “states of being and doing”  (Sen, 1992)

[4] " gli uomini sono razionali nella misura in cui hanno l’opportunità di fare ciò che reputano apprezzabile fare e di essere" (intervista in "Etica degli affari", n. 1, 1989, pp. 35-42).

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