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IVAN ILLICH
Per una storia dei bisogni 1 - 2 - 3

© 1977, 1978 by Ivan lllich© 1981 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Titolo dell'opera originale Toward a History of NeedsPubblicato negli Stati Uniti da Pantheon Books divisione della Rundom House, Inc., New York / Traduzione di Ettore Capriolo I edizione marzo 1981

Introduzione

I cinque saggi qui raccolti rispecchiano un decennio di ri­flessioni sul modo di produzione industriale. Durante questo periodo mi sono soprattutto occupato dei processi at­traverso i quali una crescente dipendenza da beni e servizi prodotti in serie elimina a poco a poco le condizioni necessarie per una vita conviviale. Ciascun saggio, nell'esaminare un settore diverso della crescita economica, dimostra una regola generale: i valori d'uso vengono ineluttabilmente distrutti quando il modo di produzione in­dustriale raggiunge quel predominio che io ho chiamato “monopolio radicale”. Nell'assieme i saggi descrivono in che modo la crescita industriale produce la versione moderna della povertà.

Questo tipo di povertà fa la sua apparizione quando l'intensità della dipendenza dal mercato arriva a una certa soglia. Sul piano soggettivo, essa è quello stato di opulenza frustrante che s'ingenera nelle persone menomate da una schiacciante soggezione alle ricchezze della produttività industriale. Essa non fa altro che privare le sue vittime della libertà e del potere di agire autonomamente, di vivere in manièra creativa; le riduce a sopravvivere grazie ­al fatto di essere inserite in relazioni di mercato. Questo nuovo tipo d'impotenza, proprio perché vissuta a livello così profondo, difficilmente riesce a trovare espres­sione. Siamo testimoni di una trasformazione appena per­cettibile del linguaggio corrente, per cui verbi che una volta indicavano azioni intese a procurare una soddisfazione vengono sostituiti da sostantivi che indicano prodotti di serie destinati a un mero consumo passivo: “imparare”, per esempio, diventa “acquisto di un titolo di studio”. Traspare da questo un profondo cambiamento dell'immagine che gli individui e la società si fanno di se stessi. E non è solo il profano che fa fatica a descrivere con precisione ciò che avverte. L'economista di professione non sa riconoscere quella povertà che i suoi strumenti convenzionali non sono in grado di rilevare. Il nuovo fattore di mutazione dell'impoverimento continua tuttavia a diffondersi. L'incapacità, peculiarmente moderna, di usare in modo autonomo le doti personali, la vita comunitaria e le risorse ambientali infetta ogni aspetto della vita in cui una merce escogitata da professionisti sia riuscita a soppiantare un valore d'uso plasmato da una cultura. Viene così soppressa la possibilità di conoscere una soddisfazione personale e sociale al di fuori del mercato. Io sono povero, per esempio, una volta che per il fatto di abitare a Los Angeles o di lavorare al trentacinquesimo piano abbia perduto il valore d'uso delle mie gambe.

Questa nuova povertà generatrice d'impotenza non va confusa col divario tra i consumi dei ricchi e dei poveri, sempre maggiore in un mondo in cui i bisogni fondamentali sono sempre più determinati dai prodotti industriali. Tale divario è la forma che la povertà tradizionale assume in una società industriale, e che i termini convenzionali della lotta di classe adeguatamente mettono in luce e riducono. Distinguo altresì la povertà di tipo moderno dai prezzi gravosi imposti dalle “esternalità” che gli accresciuti livelli di produzione rigettano nell'ambiente. E’ chiaro che questi tipi di inquinamento, di tensione e di carichi fiscali sono ripartiti in maniera ineguale, e che in maniera altrettanto ineguale sono distribuite le difese da tali depredazioni. Ma, come i nuovi divari in fatto di accesso, anche queste iniquità dei costi sociali sono aspetti della povertà industrializzata per i quali è possibile trovare indicatori economici e verifiche oggettive. Non è così invece per l'impotenza industrializzata, che colpisce indifferentemente ricchi e poveri. Dove regna questo tipo di povertà, è impedito o criminalizzato qualsiasi modo di vivere che non dipenda da un consumo di merci. Fare a meno di consumare diventa impossibile, non soltanto per il consumatore medio ma persino per il povero. A nulla servono tutte le varie forme di assistenza sociale. La libertà di progettare e farsi a modo proprio la propria casa è soppressa, sostituita dalla fornitura burocratica di alloggi standardizzati, negli Stati Uniti come a Cuba o in Svezia. L'organizzazione dell'impiego, della manodopera qualificata, delle risorse edilizie, i regolamenti, i requisiti necessari per ottenere credito dalle banche, tutto porta a considerare l'abitazione come una merce anziché un'attività. Che poi questa merce sia fornita da un imprendi­tore privato o da un apparatčik, il risultato concreto è sempre lo stesso: l'impotenza del cittadino, la nostra forma, specificatamente moderna, di povertà.

Ovunque si posi l'ombra della crescita economica, noi diventiamo inutili se non abbiamo un impiego o se non siamo impegnati a consumare; il tentativo di costruirsi una casa o di mettere a posto un osso senza ricorrere agli specialisti debitamente patentati è considerato una bizzarria anarchica. Perdiamo di vista le nostre risorse, perdiamo il controllo sulle condizioni ambientali che le rendono utilizzabili, perdiamo il gusto di affrontare con fiducia le difficoltà esterne e le ansie interiori. Porterò l'esempio di come nascono oggi i bambini nel Messico: partorire senza assistenza professionale è divenuta una cosa impensabile per le donne i cui mariti hanno un impiego regolare e che possono perciò accedere ai servizi sociali, per marginali o inconsistenti che questi siano. Esse si muovono ormai in ambienti dove la produzione di bambini rispecchia fedelmente i modelli della produzione industriale. Tuttavia le loro sorelle che vivono nei quartieri dei poveri o nei villaggi degli isolati si sentono ancora perfettamente capaci di partorire sulle loro stuoie, senza sapere che rischiano una moderna imputazione di negligenza colposa nei confronti dei propri bambini. Man mano però che i modelli di parto promossi dai professionisti arrivano anche a que­ste donne indipendenti, vengono distrutti il desiderio, la capacità e le condizioni di un comportamento autonomo.

In una società industriale avanzata, la modernizzazione della povertà vuol dire che la gente non è più in grado di riconoscere l'evidenza quando non sia attestata da un professionista, sia egli un meteorologo televisivo o un educatore; che un disturbo organico diventa intollerabilmente minaccioso se non è medicalizzato mettendosi nelle mani di un terapista; che non si hanno più relazioni con gli amici e col prossimo se non si dispone di veicoli per coprire la distanza che ci separa da loro (e che è creata pri­ma di tutto dai veicoli stessi). Insomma veniamo a trovarci, per la maggior parte del tempo, senza contatti con il nostro mondo, senza possibilità di vedere coloro per i quali lavoriamo, senza alcuna sintonia con ciò che sentiamo.

Su invito di André Schiffrin, il mio editore statunitense, ho scelto questi cinque saggi che espongono e sviluppano miei ragionamenti su questi temi. Pubblicandoli, inten­do chiudere un decennio di lezioni e di scritti su quella creazione di miti controproducenti che è latente in tutte le attuali operazioni industriali.

Il primo saggio è un poscritto al mio libro La convivialità (Mondadori, Milano 1974). Rispecchia i cambia­menti avvenuti nel decennio trascorso, sia nella realtà economica sia nel mio modo d'intenderla. Parte dalla convinzione che si è avuto un aumento piuttosto notevole dei poteri non tecnici, cioè rituali e simbolici, dei nostri mag­giori sistemi tecnologici e burocratici, con una corrispondente diminuzione della loro efficacia scientifica, tecnica e strumentale. Nel 1968 era ancora abbastanza facile liquidare ogni resistenza organizzata dei profani al dominio del professionismo come un mero ripiegamento su fantasie ro­mantiche, oscurantiste o snobistiche. La valutazione che io facevo allora dei sistemi tecnologici, guardando le cose dal basso e a lume di buon senso, appariva infantile o reazionaria ai leader politici dell'attivismo civico e ai professionisti “radicali” che accampavano il diritto alla tutela dei poveri in virtù dei loro specifici saperi. La riorganizzazione della società industriale intorno a bisogni, problemi e soluzioni definiti da professionisti era ancora il criterio di valore comunemente accettato, implicito in sistemi ideologici, politici e giuridici che per altro verso erano in netta e talora violenta opposizione tra loro.

Il quadro ora è cambiato. Oggi, simbolo di competenza tecnica avanzata e illuminata è la comunità, il quartiere, il gruppo di cittadini che, fiduciosi nelle proprie forze, si dedicano ad analizzare sistematicamente e di conseguenza a ridicolizzare i «bisogni», i «problemi» e le “soluzioni” definiti sulle loro teste dagli agenti delle istituzioni professionali. Negli anni sessanta l'opposizione dei profani ai provvedimenti pubblici basati sulle opinioni degli “esperti” pareva ancora fanatismo antiscientifico. Oggi la fiducia dei profani nelle scelte politiche basate su tali opinioni è ridotta al minimo. Sono migliaia ormai coloro che fanno le proprie valutazioni e s'impegnano, con molti sacrifici, in un'azione civica sottratta a qualunque tutela professionale, procurandosi le informazioni scientifiche di cui hanno bisogno con sforzi personali e autonomi. Rischiando a volte la pelle, la libertà e la rispettabilità, esprimono un nuovo e più maturo atteggiamento scientifico. Sanno, per esempio, che la qualità e la quantità delle prove tecniche bastanti per dire di no alle centrali nucleari, alla moltiplicazione delle unità di cura intensiva, all'istruzione obbligatoria, al controllo fetale a mezzo monitor, alla psicochirurgia, alle cure con elettroshock o all'ingegneria genetica sono tali che il profano può recepirle e utilizzarle.

Dieci anni fa la scolarizzazione obbligatoria era ancora protetta da potenti tabù. Oggi i suoi difensori sono quasi esclusivamente fra gli insegnanti, che ne dipendono per l'impiego, oppure tra gli ideologi marxisti che difendono i detentori di sapere professionali in una fantomatica battaglia contro la borghesia d'avanguardia. Dieci anni fai miti circa l'efficacia delle istituzioni sanitarie moderne erano ancora incontestati. Quasi tutti i testi di economia recepivano la convinzione che l'attesa di vita degli adulti fosse in aumento, che la cura del cancro procrastinasse la morte, che la disponibilità di medici avesse come risultato un più alto tasso di sopravvivenza infantile. Da allora a oggi, la gente ha “scoperto” ciò che le statistiche demografiche avevano sempre mostrato: che l'attesa di vita degli adulti non è cambiata in misura socialmente significativa nel corso delle ultime generazioni; che nella maggior parte dei paesi ricchi è oggi inferiore a quella del tempo dei nostri nonni, e persino a quella che si registra in molti paesi poveri. Dieci anni fa era ancora un obiettivo prestigioso l'accesso universale alla scuola post­secondaria, all'istruzione per gli adulti, alla medicina pre­ventiva, alle autostrade, a un villaggio globale imperniato sull'elettrodomestico. Oggi i grandi rituali mitopoietici organizzati intorno all'istruzione, ai trasporti, all'assistenza sanitaria e all'urbanizzazione sono stati in parte demistificati. Non sono stati però ancora abrogati.

Il secondo saggio è il testo di un discorso che tenni nel 1969 alla Canadian Foreign Policy Association. E' una critica del Rapporto Pearson, documento che intendeva segnare la conclusione del primo cosiddetto «decennio dello sviluppo» e l'inizio del secondo. Vi richiamavo l'attenzione sull'esasperante condizione d'impotenza inflitta ai poveri nei paesi che più hanno beneficiato dell'importazione di quei servizi pubblici di cui le nazioni ricche van­no fiere.

Gli ultimi tre saggi concernono quel tipo di paralisi sociale e politica che nei paesi industrializzati rende invalidi non soltanto i poveri ma la stragrande maggioranza della popolazione. Vi si descrive come si produca la po­vertà di tipo moderno sulla scia dell'espansione economica, facendo particolare riferimento a tre settori dai quali ho imparato molte cose durante questo decennio: i trasporti, l'istruzione e l'assistenza sanitaria.

I costi occulti e gli accresciuti divari nei consumi sono aspetti certamente importanti della nuova povertà, ma io guardo soprattutto a un altro elemento concomitante del­la modernizzazione: il processo per cui non c'è pressoché nessuno che non veda erosa la propria autonomia, spenta la propria capacità di soddisfazione, appiattita la propria esperienza e frustrati i propri bisogni. Ho esaminato, per esempio, gli ostacoli che nell'intera società si oppongono alla presenza reciproca e che sono inevitabili effetti collaterali di un tipo di trasporto ad alta intensità di energia. Ho voluto definire i limiti di potenza dei veicoli a motore equamente usati per accrescere le possibilità di contatto tra le persone. Ho ovviamente constatato che le alte velocità impongono necessariamente un'impari distribuzione dei fastidi, del rumore, dell'inquinamento, nonché del godimento dei privilegi. Ma non è su questo che ho posto l'accento. Il mio discorso si accentra sulle «internalità» negative della modernità: l'accelerazione che fa sprecare tempo, l'assistenza sanitaria che produce malati, l'istruzione che istupidisce. La distribuzione ineguale dei benefici surrogati o l'ineguale imposizione delle loro «ester­nalità» negative non sono che corollari della mia tesi di fondo. M'interessano in questi saggi le conseguenze dirette e specifiche della povertà modernizzata, la capacità dell’uomo di sopportarle e il modo per sfuggire alla nuova miseria.

Durante questi ultimi anni ho ritenuto necessario sottoporre a un riesame continuo la relazione tra la natura degli strumenti e il concetto di giustizia che prevale nella società che li adopera. Ho dovuto constatare come la libertà declini laddove i diritti sono formulati dagli “esperti”. Ho avuto modo di misurare che cosa comporta il cambio tra gli strumenti nuovi che spingono ad aumentare la produzione di merci, e quelli altrettanto moderni che permettono di generare valori col loro uso; tra il diritto a merci prodotte su scala di massa e il livello di libertà che permette un'espressione personale soddisfacente e crea­tiva; tra l'impiego pagato e la disoccupazione utile. E in tutti gli aspetti di questa sostituzione della gestione eteronoma all'attività autonoma, mi accorgo quanto sia difficile recuperare un linguaggio che ci permetta di porre l'accento su quest'ultima. Come i lettori ai quali intendo rivolgermi, sono un così convinto e impegnato sostenitore d'un accesso radicalmente equo ai beni, ai diritti e ai posti di lavoro che mi sembra quasi superfluo insistere sulla nostra battaglia per questo aspetto della giustizia. Trovo molto più importante, e più difficile, affrontare il suo complemento, la politica della convivialità. Uso questo termine nell'accezione tecnica che gli ho dato in La convivialità, intendendo cioè la lotta per un'equa distribuzione della libertà di generare valori d'uso, e per una strumentazione ditale libertà che sia ottenuta mettendo al primo posto assoluto la produzione di quei beni e servizi indu­striali e professionali che conferiscano ai meno avvantaggiati il massimo potere di generare valori nell'uso.

Un indirizzo politico nuovo, conviviale, si fonda sulla convinzione che in una società moderna tanto la ricchezza quanto i posti di lavoro possono essere condivisi equamente e goduti nella libertà solo ponendo loro dei limiti mediante un processo politico. Forme eccessive di ricchezze e impieghi formali prolungati, per quanto ben distribuiti, distruggono le condizioni sociali, culturali e ambientali di un'eguale libertà produttiva. I bit e i watt - che qui vogliono dire, rispettivamente, le unità di informa­zione e di energia - se forniti sotto forma d'un qualunque prodotto di serie in quantità che superino una certa soglia-limite, diventano inevitabilmente ricchezza depauperante. La ricchezza o è troppo rara per poter essere spartita o distrugge la libertà e le libertà dei più deboli. In ognuno di questi cinque saggi, ho cercato di dare un contributo al processo politico che deve portare i cittadini a riconoscere le soglie socialmente cruciali dell'arricchimento e a tradurle in tetti o limiti validi per l'intera società.

La disoccupazione utile e i suoi nemici professionali

Questo saggio sulla sostituzione delle merci ai valori d'uso nella società moderna è stato scritto nel 1977. John Mc­Knight e Lee Hoinacki mi sono stati d'aiuto a chiarirmi le idee. Sono anche debitore verso William Leiss che, in “The Limits to Satisfaction” (Toronto 1976), si è occupato della correlazione tra bisogni e merci nell'era moderna.

Cinquant'anni fa, quasi tutte le parole che uno udiva era­no rivolte personalmente a lui come individuo o a qualcun altro che gli stava vicino. Solo in certe circostanze lo toc­cavano in quanto membro indifferenziato di una massa a scuola o in chiesa, a un comizio o al circo. Le parole erano per lo più come lettere scritte a mano e sigillate, non come il ciarpame che inquina ora le nostre poste. Oggi le parole rivolte all'attenzione di una sola persona sono divenute rare. Produzioni standardizzate di imma­gini, idee, sensazioni e opinioni, confezionate e distribuite attraverso i media, aggrediscono la nostra sensibilità con ritmo incessante. Due fatti sono ormai evidenti: 1) ciò che sta avvenendo nel linguaggio ricalca il modello di una sempre più ampia serie di rapporti bisogno/soddisfazione; 2) questa sostituzione di merce industriale manipolante ai mezzi conviviali sta avendo luogo su scala veramente universale, e viene inesorabilmente assimilando tra loro l'insegnante newyorkese e il membro della comune cinese, lo scolaretto bantù e il sergente brasiliano.

In questo saggio, che è un poscritto a La convivialità, mi propongo tre cose: 1) descrivere il carattere che assume una società ad alta intensità di merci e mercato, nella quale l'abbondanza stessa delle merci paralizza la creazione autonoma di valori d'uso; 2) evidenziare il ruolo occulto che le professioni svolgono in tale società col modellarne i bisogni; 3) smascherare certe illusioni e proporre alcune strategie per spezzare quel potere professionale che perpetua la dipendenza dal mercato.

Gli effetti menomanti della supremazia del mercato

Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire “scel­ta” o “punto di svolta”, ora sta a significare: “Guidatore, dacci dentro!”. Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale. Le cure intensive per moribondi, la tutela burocratica per le vittime della discriminazione, la fissazione nucleare per i divoratori di energia sono, a questo riguardo, risposte tipiche. Così intesa, la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari, e specialmente di quei recuperatori che si mantengono con i sottoprodotti della crescita di ieri: gli educatori che campano sull'alienazione della società, i medici che prosperano grazie ai tipi di lavoro e di tempo libero che hanno distrutto la salute, i politici che ingrassano sulla distribuzione di un'assistenza finanziata in primo luogo dagli stessi assistiti. La crisi intesa come necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse, a beneficio delle ruote motorizzate e a detrimento delle persone che vorrebbero servirsi delle proprie gambe.

Ma “crisi” non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo. Può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.

In pochi decenni il mondo si è amalgamato. Le reazioni degli uomini agli eventi quotidiani si sono standardizzate. Le lingue e le divinità possono ancora apparire differenti, ma ogni giorno altra gente si aggrega a quell'enorme maggioranza che marcia al ritmo della medesima megamacchina. Il gesto del braccio verso l'interruttore accanto alla porta ha soppiantato le decine di modi in cui si accendevano un tempo fuochi, candele e lanterne. In dieci anni il numero degli utenti di interruttori si è triplicato; sciacquone e carta igienica sono diventati condizioni essenziali per poter andare di corpo. Per un numero sempre maggiore di persone l'illuminazione non fornita da reti ad alto voltaggio e l'igiene senza carta velina significano povertà. Aumentano le aspettative, mentre declinano rapidamente la fiducia speranzosa nelle proprie capacità e l'interesse per gli altri.

Ora striduli ora soporiferi, i media penetrano a forza ella comune, nel villaggio, nell'azienda, nella scuola. I suoni prodotti dagli autori e dagli annunciatori di testi programmati stravolgono di giorno in giorno le parole della lingua viva facendone tanti blocchi di frasario per messaggi prefabbricati. Oggi solo chi è tagliato fuori dal mondo oppure l'anticonformista ricco e ben protetto può far giocare i propri bambini in un ambiente dov'essi sentano parlare persone anziché divi, annunciatori o istrut­tori. In ogni parte del mondo si vede dilagare quella disciplinata acquiescenza che caratterizza lo spettatore, il paziente e il cliente. Aumenta rapidamente la standardizzazione del comportamento umano.

E’ dunque chiaro che non c'è quasi alcuna comunità al mondo cui non si ponga esattamente la medesima scelta cruciale: o continuare ad essere mere cifre nella folla con­dizionata che è sospinta verso una sempre maggiore dipendenza (ed essere così costretti a feroci lotte per strap­pare la propria razione di droga), o trovare quel coraggio che è l'unica possibilità di salvezza in una situazione di panico: il coraggio di restare fermi e di guardarsi attorno alla ricerca di una via di scampo diversa da quella su cui tutti si precipitano perché c'è scritto “uscita”. Molti però, quando gli si dice che tanto i boliviani quanto i canadesi o gli ungheresi si trovano tutti dinanzi alla stessa scelta di fondo, non solo si infastidiscono, ma si indignano. L'idea appare loro non soltanto ridicola, ma insultante. Non riescono a scorgere l'identica degradazione, di forma nuova e acuta, che sta sotto la fame dell'indio dell'Altipiano, la nevrosi dell'operaio di Amsterdam e la cinica corruzione del burocrate di Varsavia.

In tutte le società lo sviluppo ha avuto il medesimo effetto: ognuno si è trovato irretito in una nuova trama di dipendenza ­nei confronti di prodotti sfornati dal medesimo tipo di macchine: fabbriche, cliniche, studi televisivi, istituti di ricerca. Per appagare questa dipendenza bisogna continuare a produrre le stesse cose in quantità maggiori:beni standardizzati, concepiti e realizzati ad uso di un futuro consumatore già addestrato dall'agente del produttore ad aver bisogno di ciò che gli viene offerto. Questi prodotti, siano essi beni tangibili o servizi intangibili, costituiscono la produzione industriale. Il valore mone­tario che si attribuisce loro in quanto merci è determinato, in proporzioni variabili, dallo Stato e dal mercato. Cul­ture differenti diventano così scialbi residui di stili d'azione tradizionali, relitti sbiaditi in un unico deserto di dimensioni planetarie, una terra arida devastata dal macchinario che serve a produrre e consumare. Sulle rive della Senna come su quelle del Niger, le donne hanno disimparato ad allattare, perché ora quella sostanza bianca la si compra in drogheria. (In Francia, grazie ai maggiori stanziamenti per la tutela del consumatore, è meno vele­nosa che nel Mali.) Certo, un maggior numero di bambini beve oggi latte di mucca; ma tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri il seno materno si inaridisce.

Il consumatore dipendente nasce allorquando il neonato piange perché vuole il biberon; quando l'organismo è ad­destrato a reclamare il latte del droghiere e a distogliersi dal seno, che così non svolge più la propria funzione. L'attività umana autonoma e creativa, indispensabile a far fiorire l'universo umano, si atrofizza. I tetti di assicelle e di stoppie, di tegole e di ardesia, vengono soppiantati dal calcestruzzo per i pochi, dalla plastica ondulata per i più. Né le giungle e le paludi né le prevenzioni ideologiche hanno impedito che i poveri e i socialisti si lanciassero a capofitto nelle autostrade dei ricchi, le quali portano al mondo in cui gli economisti prendono il posto dei preti. La zecca annulla tutti i tesori e gli idoli locali.

La moneta svaluta quello che non può misurare. La crisi, dunque, è la stessa per tutti: si tratta di scegliere tra una maggiore o una minore dipendenza dalle merci industriali. Maggiore vorrà dire la distruzione rapida e totale di culture generatrici di attività di sussistenza soddisfacenti. Minore vorrà dire una variegata fioritura di valori d'uso entro culture moderne intensamente attive. Per i ricchi come per i poveri là scelta è sostanzialmente la stessa, anche se è difficile da immaginare per chi è già abituato a vivere nel supermercato - una struttura che solo il nome differenzia da una clinica per infermi di mente.

L'attuale società industriale organizza la vita in funzione delle merci. Le nostre società ad alta intensità di mercato misurano il progresso materiale dall'aumento di volume e di varietà delle merci prodotte. E sull'esempio di questo settore, noi misuriamo il progresso sociale dal modo in cui è distribuito l'accesso a tali merci. La scienza economica è diventata un'attività propagandistica volta a favorire la supremazia delle grandi industrie produttrici di beni di consumo. Il socialismo è stato svilito a lotta contro la disparità nella distribuzione, e l'economia del benessere ha identificato il bene pubblico con l'abbondanza - l'abbondanza umiliante di cui gode il povero negli ospedali, nelle prigioni e nei manicomi degli Stati Uniti.

Indifferente a ogni scambio che non sia contrassegnato da un prezzo monetario, la società industriale ha creato un paesaggio urbano inadatto a persone che non divorino ogni giorno in metalli e carburanti l'equivalente del proprio peso, un mondo nel quale la costante necessità di difendersi dalle conseguenze indesiderate di un numero maggiore di cose e di controlli ha portato alla luce nuovi filoni di discriminazione, di impotenza e di frustrazione. Il movimento ecologico, influenzato dal sistema, sinora non ha fatto che rafforzare questa tendenza: ha infatti preso ai difetti della tecnologia industriale e, nei casi migliori, lo sfruttamento privato della produzione industriale. Ha contestato il depauperamento delle risorse naturali, i danni dell'inquinamento e i trasferimenti netti di potere. Ma anche quando si assegni un prezzo alla degradazione dell'ambiente e alle perdite causate dalla nocività o si calcoli il costo della polarizzazione, non si è ancora detto in modo chiaro che la divisione del lavoro, la molti­plicazione delle merci e la dipendenza da esse hanno forzosamente sostituito con confezioni standardizzate quasi tutte le cose che la gente un tempo faceva da sé o fabbricava con le proprie mani.

Ormai da due decenni muore ogni anno una cinquantina di lingue; una metà di quelle che ancora si parlavano nel .1950 sopravvive soltanto come argomento di tesi di laurea. E le lingue che ancora restano per testimoniare l'incom­parabile varietà dei modi di vedere il mondo, di servirsene e di goderne, paiono oggi sempre più simili. La coscienza è ovunque colonizzata da etichette importate. Eppure anche quelli che si preoccupano per la varietà culturale e genetica che va perduta o per la moltiplicazione degli isotopi a lungo effetto, non badano al depauperamento irreversibile delle capacità, delle storie e dei gusti. E questa progressiva sostituzione dei beni e servizi industriali ai valori utili ma non negoziabili è stata l'obbiettivo comune di gruppi e regimi politici per tutto il resto violentemente antagonistici.

In tal modo, zone della nostra vita sempre più vaste subiscono trasformazioni tali che la vita stessa finisce per dipendere quasi esclusivamente dal consumo di merci vendute sul mercato mondiale. Gli Stati Uniti corrompono i propri agricoltori per fornire grano a un regime che gioca sempre più la propria legittimità sul tavolo degli approvvigionamenti di cereali. Naturalmente i due regimi destinano proprie risorse seguendo metodi differenti: basandosi gli uni sulla saggezza del meccanismo dei prezzi, gli altri su quella dei pianificatori. Ma il contrasto politico che oppone i fautori dei due diversi metodi di ripartizione maschera appena lo spietato disprezzo, comune agli uni e agli altri, per la libertà e la dignità della persona.

La politica nel campo energetico è un buon esempio della sostanziale identità di vedute fra i sostenitori del si­stema industriale, si presentino essi con l'etichetta di socialisti o di capitalisti. A parte forse la Cambogia, sulla quale non ho notizie, non esiste gruppo di governo o d'opposizione socialista che riesca ad immaginare un auspicabile futuro basato su un consumo d'energia pro capite inferiore a quello oggi prevalente in Europa. Tutti i partiti politici esistenti ritengono necessaria una produzione ad alta intensità d'energia - magari con disciplina cinese - senza capire che la società da essa derivante negherà ancora di più alla gente il libero uso dei propri arti. Qui le auto private, là gli autobus pubblici, scacceranno le biciclette dalla strada. Tutti i governi vogliono una forza produttiva ad alta intensità di occupazione, ma sono restii a riconoscere che gli impieghi possono anche distruggere il valore d'uso del tempo libero. Tutti insistono perché si arrivi a una definizione professionale, più completa e oggettiva, dei bisogni della gente, ma sono insensibili all’espropriazione della vita che ne consegue.

Sul finire del Medioevo la straordinaria semplicità della teoria eliocentrica veniva usata come argomento per screditare la nuova astronomia. La sua eleganza era considerata ingenuità. Nella nostra epoca non sono certo rare le teorie imperniate sul valore d'uso e capaci di analizzare i costi sociali generati dalle economie ortodosse. Le propongono dozzine di outsiders, che le identificano spesso con la tecnologia radicale, con l'ecologia, con i modi di vita comunitari, con la piccola dimensione, con la bellezza. Come pretesto per non prenderle in considerazione, si oppone ad esse, ingigantendolo, il frequente insuccesso degli esperimenti tentati di persona dai loro fautori. Come l'inquisitore della leggenda si rifiutava di guardare nel telescopio di Galileo, così molti economisti odierni si rifiutano di prendere in considerazione un'analisi che potrebbe spostare il centro convenzionale del loro sistema economico. I nuovi sistemi analitici ci obbligherebbero a riconoscere l'ovvio: che in una cultura la quale voglia offrire un programma di vita soddisfacente alla maggioranza dei propri membri, la generazione di valori d'uso non negoziabili deve necessariamente occupare un posto centrale. Le culture sono programmi per attività, non per aziende. La società industriale distrugge questo centro inquinandolo col prodotto programmato dalle imprese, pubbliche o private, e degradando ciò che la gente può fare da sé o fabbricare per proprio conto. La conseguenza è che le società si sono trasformate in giganteschi giochi a somma zero, in sistemi di distribuzione monolitici nei quali il guadagno dell'uno diventa perdita o peso per l'altro, mentre la vera soddisfazione è negata a entrambi.

Strada facendo sono state distrutte innumerevoli serie di infrastrutture all'interno delle quali la gente s'arrabattava, giocava, mangiava, stringeva amicizie, faceva l'amore. Sono bastati un paio di decenni di cosiddetto sviluppo per smantellare modelli tradizionali di cultura dalla Manciuria al Montenegro. Prima, quei modelli permettevano alla gente di soddisfare quasi tutti i propri bisogni in un contesto di sussistenza; dopo, la plastica ha sostituito la ceramica, le bevande gassate l'acqua, il Valium la camomilla, i microsolchi le chitarre. In tutto il corso della storia la più sicura spia dei momenti brutti era la percentuale di cibo che bisognava comprare; i periodi buoni erano quelli in cui la maggior parte delle famiglie ricavava quasi tutto il proprio nutrimento da ciò che coltivava direttamente o che otteneva per mezzo di scambi in natura e doni. Sino alla fine del Settecento, il novantanove per cento del cibo che si consumava nel mondo era prodotto entro la cerchia del territorio che il consumatore poteva vedere dal campanile della chiesa o dal minareto. Le molteplici ordinanze che cercavano di porre limiti al numero dei polli e dei maiali allevati entro le mura delle città Ci ricordano che, tranne poche grandi aree urbane, anche negli agglomerati cittadini si produceva più della metà del cibo che si mangiava. Negli Stati Uniti, prima della seconda guerra mondiale, meno del quattro per cento di tutti i prodotti alimentari che si consumavano in una regione veniva importato dall'esterno, e queste importazioni erano in buona parte limitate alle undici città che superavano allora i due milioni di abitanti. Oggi, il quaranta per cento della popolazione sopravvive solo grazie all'esistenza dei mercati interregionali. Un futuro in cui la cir­colazione mondiale dei beni e dei capitali fosse drasticamente ridotta è oggi altrettanto sconveniente da evocare quanto un mondo moderno in cui gente attiva adoperi moderni strumenti conviviali per creare un'abbondanza di valori d'uso che la liberi dal consumismo. Questa reazione rispecchia l'idea che le attività utili con le quali la gente esprime e soddisfa i propri bisogni possano essere inde­finitamente sostituite da beni o servizi standardizzati.

Al di là di una certa soglia, il moltiplicarsi delle merci induce impotenza, genera l'incapacità di coltivare cibo, di cantare, di costruire. La fatica e il piacere della con­dizione umana diventano un privilegio snobistico riservato a pochi ricchi. Al tempo in cui Kennedy varò l'Alleanza per il progresso, c'erano ad Acatzingo, come in quasi tutti i villaggi del Messico, quattro gruppi di musicanti; suonavano in cambio di qualche bicchiere, e servivano gli ottocento abitanti. Oggi giradischi e radio collegati ad al­toparlanti strozzano i talenti locali. Ogni tanto, per nostalgia, si fa una colletta e in occasione di qualche festa si fa venire dall'Università un complesso di studenti fuori corso a cantare le vecchie canzoni.

Il giorno in cui nel Venezuela fu approvata la legge che sancisce il diritto di ogni cittadino a ottenere quella merce che si chiama “alloggio”, i tre quarti delle famiglie sco­prirono che le abitazioni che esse stesse si erano costruite andavano considerate catapecchie. Inoltre - e qui sta il guaio era ormai pregiudicata la possibilità di far da soli:non era più lecito tirar su una casa senza aver prima presentato un progetto disegnato da un architetto laureato. I materiali di scarto e di recupero che sino allora a Caracas venivano utilizzati come eccellenti materiali da costruzione, crearono a questo punto un problema di eliminazione dei rifiuti solidi. Oggi l'uomo che si fa il proprio “alloggio” è malvisto come un deviante che si rifiuta di collaborare con il gruppo di pressione locale per l'assegnazione di unità abitative prodotte in serie. Sono inoltre venuti fuori innumerevoli regolamenti che bollano come illegale o addirittura delittuosa la sua ingegnosità. E’ un esempio che mostra come i poveri sono i primi a soffrire quando un nuovo tipo di merce interviene a castrare una delle attività tradizionali di sussistenza. La disoccupazione utile del povero che non ha un impiego è sacrificata all'espansione del mercato del lavoro. Il farsi la casa come attività intrapresa di propria scelta, al pari di qualunque altra libertà d'impiegare utilmente il tempo lasciato libero dal lavoro, diventa così privilegio esclusivo di qualche deviante, spesso del ricco ozioso.

La dipendenza dall'abbondanza castrante, una volta radicata in una cultura, genera la “povertà modernizzata”. Si tratta d'una forma di disvalore che non può non ac­compagnarsi alla proliferazione delle merci. Questa disutilità crescente della produzione industriale di massa è sfuggita all'attenzione degli economisti perché non è rile­vabile con i loro strumenti di misura, e a quella dei servizi sociali perché non può essere oggetto di “ricerca operativa”. Gli economisti non dispongono di alcun mezzo efficace per comprendere nei loro calcoli la perdita che subisce l'intera società quando resta priva d'un tipo di soddisfazione che non ha un equivalente commerciale; sicché gli economisti si potrebbero oggi definire come i membri di una confraternita aperta soltanto a coloro che, nello svolgimento del lavoro professionale, danno prova d'una ben addestrata cecità sociale nei riguardi del più importante fenomeno di sostituzione che stia avvenendo nei sistemi contemporanei, d'Oriente come d'Occidente: il declino della capacità personale di agire e di fare, che è il prezzo pagato per ogni sovrappiù di abbondanza di prodotti.

Finché la povertà di tipo moderno ha colpito soprattutto gli indigenti, la sua esistenza e, a maggior ragione, la sua natura, sono state ignorate, persino a livello di conversa­zione. Man mano che lo sviluppo o, se si preferisce, la modernizzazione toccava i poveri - cioè coloro che fin lì erano riusciti a sopravvivere nonostante che fossero esclusi dall'economia di mercato - li si costringeva sistematicamente a far dipendere la propria sopravvivenza dall'inse­rimento in un sistema commerciale che, per loro, signi­ficava sempre e necessariamente ricevere gli scarti del mercato. Gli indios di Oaxaca, che prima erano sempre stati respinti dalle scuole, ora sono obbligati ad andarci, perché possano “guadagnarsi” un titolo di studio che rappresenta l'esatta misura della loro inferiorità rispetto alla popolazione urbana. Inoltre - e di nuovo è questo il guaio - senza quel pezzo di carta non possono trovar lavoro neanche nell'edilizia. La modernizzazione dei “bisogni”non fa che aggiungere nuovi motivi di discriminazione a danno dei poveri.

Ormai però la povertà modernizzata è esperienza comune a tutti, fuorché a coloro che sono tanto ricchi da potersi appartare nel lusso. Man mano che i diversi campi dell'esistenza vengono uno dopo l'altro assoggettati a merci offerte secondo un piano, pochi di noi riescono a sottrarsi a una ricorrente sensazione di dipendenza impotente. Il consumatore medio americano è bombardato ogni giorno da un centinaio di annunci pubblicitari, e reagisce a molti di essi - più spesso di quanto non si creda - negativa­mente. Persino la clientela facoltosa, ad ogni nuovo pro­dotto che acquista, fa una nuova esperienza di disutilità. Sospetta di aver comprato una cosa di dubbio valore, che presto forse si rivelerà inutile o addirittura pericolosa, e che richiede una schiera di accessori ancor più costosi. La clientela facoltosa allora si organizza: di solito comincia col chiedere un controllo sulla qualità, e non di rado riesce a mettere al bando certi prodotti. Sull'altro versante della società, la popolazione povera si “stacca” dai servizi e dalle “tutele”: South Chicago rifiuta l'assistenza sociale, il Kentucky respinge i libri di testo... Ricchi e poveri non sono molto lontani dal rendersi conto lucidamente che ogni ulteriore sviluppo d'una cultura ad alta intensità di merci porta con sé una nuova forma di ricchezza frustrante. E chi sta meglio economicamente comincia a intuire che nei poveri si rispecchia il suo stesso destino, anche se per ora i segni di questa consapevolezza non sono andati al di là d'una sorta di romanticismo.

L'ideologia che fa coincidere il progresso con l'abbondanza non è ristretta ai paesi ricchi. E presente, e degrada le attività non negoziabili, anche in zone dove fino a tempi recenti la maggioranza dei bisogni veniva ancora soddisfatta con un modo di vita basato sulla sussistenza. I cinesi, per esempio, coerentemente con la loro tradizione,parevano intenzionati e capaci di definire in maniera di­versa il progresso tecnico, di optare per la bicicletta anziché per il jet. Quando promuovevano l'autodeterminazione locale, sembravano considerarla una meta degna di gente inventiva, più che un mezzo per la difesa nazionale. Ma nel 1977 la loro propaganda inneggiava alla capacità in­dustriale cinese di fornire più assistenza medica, più istruzione, più case, più benessere generale - a un costo più basso. Non si attribuisce ormai che una funzione pura­mente tattica, e transitoria, alle erbe che il “medico scalzo” porta nel sacco e ai metodi di produzione ad alta intensità di lavoro. Come in altre parti del mondo, anche qui la produzione di beni eteronoma - cioè eterodiretta -, programmata per categorie di consumatori anonimi, suscita aspettative irrealistiche e alla lunga frustranti. Inevitabilmente, inoltre, questo processo corrompe la fiducia della gente nelle capacità autonome proprie e del prossimo, capacità sempre impreviste e ogni volta sorprendenti. La Cina, da questo punto di vista, non è che l'ultimo esempio di modernizzazione all'occidentale, ottenuta cioè con la soggezione intensiva al mercato: un fenomeno che devasta le società tradizionali come non ci è mai riuscito nessun “culto del cargo”, neanche nelle sue forme estreme più irrazionali.

Nelle società tradizionali come in quelle moderne, in un tempo assai breve è avvenuto un mutamento importante:sono radicalmente cambiati i mezzi intesi a soddisfare i bisogni. Il motore ha fiaccato il muscolo, la scuola ha spento la curiosità individuale fiduciosa nelle proprie forze. Di conseguenza, tanto i bisogni quanto i desideri hanno assunto caratteristiche senza precedenti nella storia. Perla prima volta i bisogni coincidono quasi esclusivamente con delle merci. Finché la maggioranza della gente non disponeva che delle gambe per andare dove voleva, protestava se veniva ostacolata la sua libertà di spostarsi. Ora che dipende invece dai mezzi di trasporto, rivendica non la libertà ma il diritto di divorare chilometri a bordo d'un veicolo. E man mano che un sempre maggior numero di veicoli assicura questo “diritto” a un sempre maggior numero di persone, la libertà di camminare si svaluta, eclissata dall'esistenza ditale diritto. I desideri della stragrande maggioranza della gente si uniformano, e non si riesce neanche più a immaginare che sia possibile liberarsi dalla condizione universale di passeggeri, cioè di godere la libertà dell'uomo moderno, in un mondo moderno, di muoversi autonomamente.

Questa situazione, che è ormai di una rigida interdipendenza tra bisogni e mercato, viene legittimata appellandosi al giudizio di una élite di specialisti il cui sapere, per sua stessa natura, non è di dominio comune. Gli economisti tanto di destra quanto di sinistra garantiscono al pubblico che un aumento dei posti di lavoro dipende da una maggiore disponibilità di energia; gli educatori lo persuadono che la legge, l'ordine e la produttività dipendono da un maggior grado d'istruzione; i ginecologi assicurano che la qualità della vita infantile dipende dalla loro partécipazione ai parti. Pertanto, finché non verrà tolta l'immunità a queste élites che legittimano il binomio merce-soddisfazione, non sarà possibile contestare efficacemente il quasi universale affermarsi dell'intensità di mercato nelle economie del mondo.

Un buon esempio, a illustrazione di questo, me lo ha dato una donna raccontandomi la (nascita del suo terzo figlio. Istruita dall'esperienza dei primi due parti, affron­tava il terzo con tutta serenità: sapeva “cosa succede” e conosceva le proprie reazioni. Entrata in ospedale, sen­tendo arrivare il bambino chiamò l'infermiera. Ma questa, anziché aiutarla, afferrò un panno sterilizzato e si mise a premere la testa del bambino cercando di farlo “rientrare”, e intanto ordinava alla madre di smetterla di spin­gere perché “il dottor Levy non è ancora arrivato”.

Ciò che occorre in questo momento è la decisione pubblica, l'azione politica, non l'affidamento agli specialisti. Le società moderne, ricche o povere che siano, possono scegliere tra due strade opposte. Possono produrre un nuovo campionario di merci - magari più sicure, meno dispendiose, più facilmente ripartibili - e intensificare così ulteriormente la loro dipendenza dai beni di consumo. Oppure possono affrontare in un modo completamente nuovo il rapporto tra bisogni e soddisfazioni. In altre parole possono o conservare le loro economie ad alta intensità di mercato, modificando soltanto le caratteristiche tecniche del prodotto, o ridurre la loro dipendenza dalle merci. La seconda soluzione comporta l'avventura di immaginare e costruire strutture nuove in cui gli individui e le comunità possano elaborare un diverso tipo di attrezzatura moderna; scopo di questa nuova organizzazione dovrebb'essere quello di permettere alla gente di modellare e soddisfare direttamente e personalmente una crescente porzione dei propri bisogni.

La prima soluzione significherebbe continuare a identi­ficare il progresso tecnico con la moltiplicazione delle mer­ci. Gli alti burocrati di convinzioni egualitarie e i tecno­crati dell'assistenza sarebbero concordi nell'invitare all'au­sterità: raccomanderebbero di passare dai beni di cui non tutti ovviamente possono fruire, per esempio gli aerei a reazione, alle cosiddette attrezzature “sociali” come gli autobus; di distribuire in maniera più equa le decre­scenti ore di occupazione disponibili e di limitare severa­mente la settimana lavorativa a una ventina di ore di pre­senza sul posto di lavoro; di destinare la nuova risorsa del tempo lasciato libero dall'impiego a corsi obbligatori di riqualificazione o a un servizio volontario sui modelli di Mao, Castro o Kennedy. Questa nuova fase della so­cietà industriale, per quanto socialista, efficiente e razio­nale, darebbe luogo a una nuova civiltà nella quale la soddisfazione dei desideri sarebbe declassata all'appagamento ripetitivo di bisogni ascritti, mediante prodotti stan­dardizzati. Nel caso migliore, tale tipo di società produr­rebbe minori quantitativi di beni e di servizi, li distribui­rebbe più equamente e susciterebbe meno invidie. La partecipazione simbolica del popolo alle decisioni da pren­dere potrebbe passare dal savio acquirente del mercato al compunto ascoltatore delle assemblee politiche. L'impatto della produzione sull'ambiente potrebbe venire ammorbi­dito. Con ritmo assai più rapido dei beni di consumo crescerebbero sicuramente i servizi, specie le varie forme di controllo sociale. Già oggi si spendono somme enormi nell'industria dell'oracolo per permettere ai profeti gover­nativi di sputare scenari “alternativi” diretti a puntellare la scelta di cui stiamo parlando. Particolare interessante, molti di costoro sono già arrivati a concludere che il costo dei controlli sociali necessari per imporre l'austerità in una società ecologicamente accettabile, ma pur sempre imperniata sulla produzione standardizzata, sarebbe in­sostenibile.

La seconda delle due scelte possibili metterebbe fine al dominio assoluto del prodotto standard e promuoverebbe un'etica austera diretta a favorire un'attività soddisfacente da parte dei più. Se nella prima alternativa austerità significherebbe sottomissione di ognuno agli ukase dei managers nell'interesse d'una maggiore produttività istituzionale, nella seconda l'austerità sarebbe quella virtù sociale per cui la gente riconosce e fissa dei limiti al potere che ognuno può rivendicare sugli strumenti, tanto per la propria soddisfazione quanto per servire gli altri. Questa austerità conviviale sollecita la società a proteggere il valore d’uso personale contro l’arricchimento mutilante. Protette dalla perniciosa opulenza, sorgerebbero molteplici culture differenziate, tutte moderne e tutte propizie ad un impiego diffuso degli strumenti moderni. L'austerità conviviale delimita infatti in tal modo l'utilizzazione degli strumenti, che la proprietà di questi perderebbe gran parte del suo potere attuale. Che le biciclette appartengano qui alla comunità e lì a chi le adopera non muta la natura essenzialmente conviviale della bicicletta come strumento. I beni di questo tipo continuerebbero a essere prodotti, in gran parte, con metodi industriali, ma sa­rebbe diverso il modo di considerarli e di apprezzarli. Oggi le merci sono principalmente degli articoli che rispondono direttamente a dei bisogni creati da coloro che le hanno progettate. Nella seconda soluzione, invece, il loro prezzo deri­verebbe dal fatto di essere o materiali grezzi o strumenti che permettono alla gente di generare valori d'uso assicurando la sussistenza delle rispettive comunità.

Ovviamente questa scelta comporta una rivoluzione co­pernicana nella nostra concezione dei valori. Oggi noi mettiamo al centro del nostro sistema economico i beni di consumo e i servizi professionali, e gli specialisti pongono in relazione i nostri bisogni esclusivamente con tale centro. Viceversa l'inversione sociale che qui si contempla porrebbe al centro i valori d'uso creati e personalmente promossi dalla gente. È vero che gli uomini sono arrivati a non credersi più capaci di modellare i propri desideri. La discriminazione che in tutto il mondo colpisce l'autodidatta ha infirmato la fiducia di molti nella capacità di determinare i propri bisogni e i propri fini. Ma la stessa discriminazione ha anche suscitato e rafforzato una molteplicità di minoranze insofferenti di questa insidiosa spoliazione.

Servizi professionali menomanti

Queste minoranze già si rendono conto che, come tutte le forme di vita culturale autoctona, esse sono minacciate dai megastrumenti che espropriano sistematicamente le condizioni ambientali propizie all'autonomia individuale e di gruppo. Perciò, senza far chiasso, decidono di difendere l'utilità dei loro corpi, delle loro memorie e dei loro talenti. Poichè il rapido moltiplicarsi dei bisogni attribuiti genera forme di dipendenza sempre nuove e sempre nuove categorie di povertà modernizzata, le odierne società industriali stanno diventando dei conglomerati interdipendenti di clientele, degli insiemi di maggioranze, contrassegnate da stigmate burocratiche. In questa massa di cittadini paralizzati dai mezzi di trasporto, resi insonni dagli orari, avvelenati dalla terapia ormonica, ammutoliti dagli altoparlanti, intossicati dagli alimenti, alcuni costituiscono minoranze organizzate e attive. Per ora questi gruppi hanno appena cominciato a formarsi e ad unirsi per esprimere pubblicamente il loro dissenso; ma soggettivamente sono pronti a chiudere un'epoca. Solo che un'epoca non è veramente liquidata se non quando ha avuto un nome. lo propongo di chiamare quest'ultimo quarto di secolo: l'Era delle professioni menomanti. Scelgo questa denominazione perché è impegnativa per chi la usa. Mette infatti in luce le funzioni antisociali svolte dai fornito­ri meno contestati: gli educatori, i medici, gli specialisti di assistenza sociale, gli scienziati. Nello stesso tempo mette sotto accusa la passività dei cittadini che si sono sottomessi come clienti a questa poliedrica schiavitù. Parlare del potere delle professioni menomanti significa costringere le loro vittime (lo studente a vita, il 'caso' ginecologico, il consumatore) a riconoscere la propria connivenza con i rispettivi gestori. Definendo gli anni Sessantaq l’apogeo del “solutore di problemi”, si evidenzia nello stesso tempo la tronfia presunzione delle nostre élites universitarie e l'avi­da dabbenaggine delle loro vittime.

Ma non basta smascherare e denunciare i fabbricanti dell'immaginazione sociale e dei valori culturali: definendo l'ultimo venticinquennio l'Era della dominazione professionale, si vuoi fare qualcosa di più, si vuole proporre una strategia. E’ necessario infatti andare al di là di una diversa distribuzione, fatta dagli esperti, di merci dispen­diose, irrazionali e paralizzanti, al di là del marchio di garanzia del professionismo radicale, al di là della saggezza convenzionale degli odierni “uomini in gamba”. Questa strategia esige né più né meno che lo smascheramento dell'ethos professionale. La credibilità dell'esperto, sia scienziato, terapista o manager, è il tallone d'Achille del sistema industriale. E quindi soltanto quelle iniziative civiche e quelle tecnologie radicali che si oppongano direttamente all'insinuante dominio delle professioni menomanti aprono la via al libero esercizio di competenze non gerarchiche, basate sulla comunità. La fine dell'attuale ethos professionale è condizione necessaria perché emerga un nuovo rapporto tra i bisogni, gli strumenti contemporanei e la soddisfazione degli individui. E il primo passo in questa direzione è un atteggiamento scettico e privo di deferenza, da parte del cittadino, nei confronti dello specialista. La ricostruzione della società ha inizio quando i cittadini cominciano a dubitare.

Quando affermo che l'analisi del potere professionale è la chiave per ricostruire la società, mi viene solitamente obiettato che è uno sbaglio pericoloso individuare in tale fenomeno il nodo della guarigione dal sistema industriale. L'organizzazione del sistema educativo, di quello sanitario, della pianificazione, non rispecchia forse la distribuzione del potere e del privilegio di un'élite capitalistica? Non è da irresponsabili minare la fiducia dell'uomo della strada nel suo insegnante, nel suo medico, nel suo economista, tutta gente dotata di preparazione scientifica, proprio nel momento in cui i poveri hanno bisogno di tali protettori preparati per ottenere accesso alla scuola, alla clinica, all'istituto specializzato? L'atto d'accusa contro il sistema industriale non dovrebbe piuttosto essere rivolto contro i dividendi degli azionisti delle ditte farmaceutiche o contro le tangenti dei sensali del potere appartenenti alle nuove élites? Perché guastare i rapporti di mutua dipendenza tra clienti e fornitori professionali, specie con­siderando che sempre più spesso gli uni e gli altri fanno parte della medesima classe sociale? Non è pura perversità denigrare proprio coloro che sudando hanno acquisito conoscenze che li rendono capaci di riconoscere i nostri bisogni di benessere e di soddisfarli? E d'altra parte non andrebbe fatta una distinzione per i leaders professionali del radicalismo socialista, che sono i più adatti a svolgere il compito ormai incombente di definire e soddisfare i bisogni “reali” in una società egualitaria? Anche se espressi in forma interrogativa, sono questi gli argomenti che il più delle volte si adducono per sco­raggiare e screditare un'analisi pubblica degli effetti me­nomanti prodotti dai sistemi industriali di assistenza che s'imperniano sui servizi. Tali effetti sono sostanzialmente identici e palesemente inevitabili, qualunque sia la ban­diera politica che li copre. Essi annientano l'autonomia degli uomini costringendoli - mediante modificazioni delle leggi, dell'ambiente e delle strutture sociali - a diventare consumatori di assistenza. Queste domande retoriche esprimono solo una frenetica difesa dei propri privilegi da parte delle “élites del sapere” le quali perderebbero for­se qualche introito ma acquisterebbero sicuramente mag­giore prestigio e potere se, in una nuova forma decentrata di economia ad alta intensità di mercato, si rendesse meno ineguale la dipendenza dalle loro prestazioni.

Un'altra obiezione che viene mossa alla critica del potere professionale si fonda su un grosso equivoco. Essa parte dall'assunto che il nodo principale da analizzare sia la complessa macchina della difesa, che costituirebbe il centro di ogni società burocratico-industriale. Il ragionamento che partendo da questa base viene sviluppato identifica nelle forze di sicurezza il motore che starebbe dietro all'odierna universale irreggimentazione dei popoli in un esercito di sudditi del mercato. I principali creatori di bisogni sarebbero quelle burocrazie armate che esistono da quando, durante il regno di Luigi XIII, Richelieu istituì la prima polizia di mestiere: cioè quegli organismi professionali che oggi si occupano degli armamenti, dello spionaggio e della propaganda. Da Hiroshima in poi, questi 'servizi' sembrano avere un peso determinante nella ricerca, nella progettazione e nell'occupazione. Essi poggiano su fondamenta civili, quali la scolarizzazione per inculcare la disciplina, l'educazione al consumo per indurre il gusto dello spreco, l'assuefazione alle velocità violente, l'ingegneria biologica per imparare a sopravvivere in un rifugio di dimensioni planetarie, la dipendenza uniforme da reazioni distribuite da benevoli furieri. Questa corrente di pensiero vede nella sicu­rezza nazionale il generatore dei modelli di produzione della società, e considera gran parte dell'economia civile un deriva­to o un presupposto di quella militare.

Se valesse un ragionamento costruito su questi concetti, quale società potrebbe fare a meno del nucleare, per quanto tossica, opprimente e controproducente possa essere un'ul­teriore sovrabbondanza di energia? Come potrebbe uno Sta­to assillato dalla difesa tollerare la formazione di gruppi di cittadini malcontenti che boicottino i circuiti di consumo e rivendichino la libertà di sussistere sulla sola base dei valo­ri d'uso, in un'atmosfera di austerità soddisfacente e gioio­sa? Una società militarizzata non si affretterebbe forse a prendere provvedimenti contro tali disertori del bisogno, a bollarli come traditori e ad esporli, se possibile, non soltanto al disprezzo ma al ridicolo? Una società impostata sulla di­fesa non soffocherebbe forse simili esempi che porterebbero a una modernità non violenta, proprio nel momento in cui si richiede una politica alla Mao, di decentramento della pro­duzione delle merci e un consumo più razionale, più equo, più vigilato dai professionisti?

Il ragionamento in questione attribuisce indebitamente all'apparato militare l'origine della violenza nello Stato indu­striale. Che l'aggressività e la distruttività delle società in­dustriali siano da imputare alle esigenze militari è un'idea ingannevole che va denunciata. Se davvero i militari si fosse­ro in qualche modo impadroniti del sistema industriale, se avessero sottratto al controllo dei civili le varie sfere di ini­ziativa e d'azione sociale, lo stadio attuale della politica per­seguita dai militari avrebbe allora toccato un punto da cui non si torna più indietro, almeno nel senso che non resterebbe alcuna possibilità di riforme civili. Così del resto ragionano i capi militari brasiliani più intelligenti, i quali vedono nelle forze annate l'unica legittima salvaguardia di un pacifico sviluppo industriale per tutto il resto del secolo.

Ma non è affatto così. Lo stato industriale moderno non è un prodotto dell'esercito. Piuttosto l'esercito è uno dei sinto­mi del suo orientamento globale e costante. Non c'è dubbio che l'odierno tipo di organizzazione industriale può esser fatto risalire ad antecedenti militari dell'epoca napoleonica. Non c'è dubbio che l'istruzione obbligatoria per i figli dei contadini avviata negli anni Cinquanta del secolo scorso, l'assistenza sanitaria per il proletariato industriale che inizia negli anni Cinquanta dello stesso secolo, lo sviluppo delle reti di comunicazione che si ha dal 1860 in poi, non diversamente dalla maggior parte delle forme di standardizzazione industriale, sono tutte strategie originariamente introdotte nelle società moderne per esigenze militari e che solo in un secondo tempo sono state considerate forme rispettabili di pacifico progresso civile. Ma il fatto che i sistemi sanitario, scolastico e assistenziale abbiano avuto bisogno di una motivazione militare per diventare legge non significa che non fossero perfettamente coerenti con la spinta fondamentale dello sviluppo industriale che, in realtà, non è mai stato non violento, pacifico o rispettoso della persona umana.

Oggi è più facile rendersene conto. Prima di tutto per­ché, da quando c'è il Polaris, non è più possibile distin­guere tra eserciti da tempo di pace ed eserciti da tempo di guerra; e poi perché da quando si è dichiarata guerra alla povertà anche la pace percorre il sentiero di guerra. Oggi le società industriali sono costantemente e totalmente mobilitate; sono organizzate in funzione di perenni stati di emergenza; non c e uno dei loro settori che non sia in­tersecato da molteplici strategie; i campi di battaglia della salute, dell'istruzione, dell'assistenza e dell'“uguaglianza compensatoria” sono cosparsi di vittime e coperti di ma­cerie; l'esercizio delle libertà civiche viene frequentemente sospeso per condurre campagne contro i mali sempre nuovi che si continuano a scoprire; ogni anno si individua un nuovo gruppo di popolazione di frontiera che occorre pro­teggere o guarire da qualche nuova malattia, da qualche forma d'ignoranza prima sconosciuta. I bisogni fondamen­tali che vengono modellati e indotti da tutti gli organismi professionali sono bisogni di difesa da mali.

I professori e i sociologi che oggi cercano di imputare ai militari la distruttività delle società sovraproduttrici di merci tentano, in maniera molto goffa, di arrestare l'ero­sione della propria legittimità. Sostenendo che è colpa dei militari se il sistema industriale diventa frustrante e rovinoso, essi distraggono l'attenzione dal carattere profondamente distruttivo proprio della società ad alta intensità di mercato, che sospinge i suoi cittadini alle guerre attuali.Tanto a coloro che cercano di difendere la propria autonomia di professionisti dalla maturità dei cittadini, quanto a coloro che vorrebbero far passare il professionista come una vittima dello Stato militarizzato, si deve rispondere con una scelta: quella della direzione nella quale i cittadini liberi vogliono avviarsi per superare la crisi mondiale.

Le illusioni che hanno permesso alle professioni di arrogarsi il ruolo di arbitri dei bisogni sono ormai sempre più evidenti al senso comune. I metodi seguiti nel settore dei servizi sono spesso percepiti per ciò che in effetti sono coperte di Linus, tranquillanti, rituali, che celano alla massa dei fornitori-consumatori l'antinomia tra l'ideale in nome del quale viene fornito il servizio e la realtà che da questo stesso servizio viene creata. Le scuole, che promet­tono istruzione eguale per tutti, generano una meritocra­zia inegualmente degradante e una dipendenza a vita da ulteriori interventi didattici; i veicoli costringono ognuno a fuggire in avanti. Ma il pubblico non ha ancora ben chiaro qual è la scelta che l'attende. Da una parte, la tutela degli specialisti potrebbe sfociare in fedi politiche obbligatorie (con le correlative versioni di un nuovo fa­scismo); dall'altra, le esperienze dei cittadini potrebbero metter fine alla nostra hubris, liquidandola come un'enne­sima manifestazione storica di follie neoprometeiche ma sostanzialmente effimere. Una scelta consapevole richiede che si esamini il ruolo specifico che hanno avuto le pro­fessioni nel determinare chi in quest'epoca ha ottenuto cosa, da chi e perché.

Per vedere chiaro il punto a cui siamo, immaginiamo i bambini che presto giocheranno tra le macerie delle uni­versità, degli Hilton e degli ospedali. In questi castelli professionali convertiti in cattedrali, eretti per proteggerci dall'ignoranza, dal disagio, dalla sofferenza e dalla morte, i bambini di domani rappresenteranno nei loro giochi le illusioni della nostra Era delle professioni, così come di­nanzi ai castelli e alle cattedrali del passato noi evochia­mo le crociate dei cavalieri contro il turco e il peccato nell'Era della fede. E mescoleranno il birignao che oggi infesta la nostra lingua con gli arcaismi ereditati dalle storie di briganti e di cowboy. Già li sento chiamarsi tra loro presidente e sottosegretario piuttosto che capo e sce­riffo. Naturalmente gli adulti allora arrossiranno quando gli scapperà qualche termine della lingua creola manage­riale, tipo policy-making, pianificazione sociale o problem­solving.

L'Era delle professioni sarà ricordata come il periodo nel quale la politica si estinse e gli elettori, guidati dai professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni, l'autorità di stabilire chi avesse bisogno e di che, e il monopolio dei mezzi con i quali soddisfare tali bisogni. Sarà ricordata anche come l'Era della scolarizza­zione, nella quale gli uomini venivano addestrati per un terzo della vita ad accumulare bisogni su prescrizione e negli altri due terzi costituivano la clientela di prestigiosi spacciatori che alimentavano i loro vizi. Sarà ricordata come l'epoca nella quale viaggiare per diporto voleva dire muoversi in gregge per andare a sbirciare degli stranieri; in cui la vita intima voleva dire esercitarsi a raggiungere l'orgasmo sotto la guida di Masters e Johnson; in cui espri­mere un'opinione voleva dire ripetere a pappagallo il di­scorso trasmesso la sera prima dalla tv; in cui votare si­gnificava dire di sì al piazzista che prometteva una dose maggiore della solita merce.

I futuri studenti saranno sconcertati dalle assente diffe­renze tra i sistemi scolastico, carcerario, sanitario e dei trasporti del mondo capitalista e di quello socialista, quan­to lo sono gli studenti d'oggi dalle differenze tra la giu­stificazione per le opere e la giustificazione per fede che dividevano le sette cristiane al tempo della Riforma. Sco­priranno anche che, nei paesi poveri e in quelli socialisti, in capo a dieci anni i bibliotecari, i chirurghi e i proget­tisti di supermercati finivano col tenere gli stessi cataloghi, usare gli stessi apparecchi e disegnare gli stessi ambienti che i loro colleghi dei paesi ricchi avevano cominciato a tenere, usare e disegnare all'inizio del decennio. Gli ar­cheologi periodizzeranno il nostro tempo sulla base non di cocci ma di mode professionali, rispecchiate dalle ten­denze in auge nelle pubblicazioni dell'UNESCO.

Sarebbe pretenzioso voler predire se una tale epoca, in cui i bisogni erano modellati da pianificazioni profes­sionali, sarà ricordata con un sorriso o con una maledi­zione. Mi auguro, ovviamente, che venga ricordata come la sera in cui papà andò a prendersi una sbornia, dissipò le sostanze familiari e costrinse i suoi figli a ripartire da zero. Ma disgraziatamente è più probabile che passi alla storia come l'epoca nella quale la frenetica caccia di un'in­tera generazione alla ricchezza depauperante rese aliena­bili tutte le libertà e la politica, dopo essersi ridotta a lamentela organizzata degli assistiti, fu definitivamente sof­focata dal potere totalitario degli specialisti.

Di un fatto bisogna anzitutto rendersi conto: i corpi pro­fessionali che presiedono oggi alla creazione, aggiudica­zione e soddisfazione dei bisogni costituiscono un nuovo tipo di cartello. Se non si tiene presente questo fatto, è impossibile aggirare le difese che essi vengono preparando. Già vediamo infatti il nuovo biocrate occultarsi dietro la maschera amabile del medico d'una volta; il comporta­mento aggressivo del pedocrate viene minimizzato come semplice eccesso di zelo o ingenuità dell'insegnante im­pegnato; il direttore del personale, equipaggiato con tutto un armamentario psicologico, si camuffa da capoccia vec­chio stile. I nuovi specialisti, che di solito provvedono a bisogni umani che la loro specialità ha creato, tendono ad atteggiarsi ad amanti del prossimo che forniscono una qualche forma di assistenza. Arroccati più saldamente d'una burocrazia bizantina, internazionali più d'una chiesa universale, stabili più di qualunque sindacato, possiedono competenze più vaste di quelle di qualsiasi sciamano ed esercitano sulla propria clientela un controllo più stretto di quello della mafia.

I nuovi specialisti organizzati, come prima cosa, non vanno considerati alla stessa stregua dei membri di un racket. Gli educatori, per esempio, oggi dicono alla so­cietà che cosa si deve imparare e hanno il potere di va­nificare ciò che si è appreso fuori della scuola; questa sorta di monopolio, che li mette in grado d'impedirti di far compere altrove e di fabbricarti in casa la tua grappa, a prima vista sembra corrispondere alla definizione che il dizionario dà del racket. Ma il racket consiste nell'assi­curarsi a fine di lucro il monopolio di un prodotto essen­ziale, controllandone il circuito di distribuzione. Invece gli educatori e i medici e gli assistenti sociali d'oggi - co­me un tempo i preti e gli avvocati - si arrogano il potere legale di creare quel bisogno che, sempre per legge, sol­tanto loro saranno autorizzati a soddisfare. Lo Stato con­temporaneo diventa così una holding di imprese le quali consentono l'esercizio di mansioni di cui sono al tempo stesso creatrici e garanti.

Il controllo legale della prestazione d'opera ha assunto nel tempo una molteplicità di forme: i soldati di ventura si rifiutavano di combattere finché non ottenevano licenza di saccheggio; le donne organizzate da Lisistrata per im­porre la pace si astenevano dai rapporti coniugali; i me­dici di Coo si impegnavano sotto giuramento a trasmetterei segreti del mestiere soltanto ai propri figli; le corpora­zioni stabilivano il corso di studi, le preghiere, gli esami, i pellegrinaggi e le penitenze per cui doveva passare Hans Sachs prima d'essere autorizzato a calzare i propri con­cittadini. Nei paesi capitalisti i sindacati cercano di con­trollare l'occupazione, gli orari e le paghe. Tutte queste associazioni di mestiere sono mezzi con cui degli specia­listi cercano di determinare in che modo il loro genere di lavoro dev'essere fatto e da chi. Ma nessuno di tali spe­cialisti è “professionista” nel senso in cui lo sono oggi, poniamo, i medici. Le attuali professioni dominanti, di cui quella medica è l'esempio più cospicuo e doloroso, vanno molto più in là: esse decidono che cosa si deve fare, a chi, e in che modo la faccenda deve essere gestita. Si arrogano un sapere speciale, incomunicabile, per quanto concerne non solo lo stato delle cose e quello che occorre fare, ma anche le ragioni che rendono indispensabili le loro prestazioni. Un commerciante ti vende la merce che ha in magazzino. I membri di una corporazione garanti­scono la qualità di ciò che fanno. Certi artigiani confezio­nano il loro prodotto sulle tue misure o a tuo gusto. I pro­fessionisti invece ti dicono di che cosa tu hai bisogno. Si arrogano il potere di prescrivere. Non si limitano a recla­mizzare ciò che è buono, ma decretano ciò che è giusto e doveroso. L'elemento che caratterizza il professionista non è né il reddito, né la lunga preparazione, né la deli­catezza dei compiti, né la stima sociale. Il reddito può essere basso o divorato dalle tasse; la preparazione può essere compressa in poche settimane anziché richiedere anni; la stima può non essere superiore a quella della professione più antica. Ciò che conta è l'autorità, di cui il professionista è investito, di definire “cliente” una persona, di determinare i bisogni e di rilasciarle una prescri­zione che le assegna un nuovo ruolo sociale. A differenza dei ciarlatani d'una volta, il professionista odierno non è uno che vende ciò che si potrebbe avere gratis, ma uno che decide quello che va venduto e che non va dato gra­tuitamente.

Un'ulteriore differenza tra il potere delle professioni e quello di altre attività è che il potere professionale emana da una fonte diversa. Un sindacato, una corporazione, una banda impongono il rispetto dei propri diritti e inte­ressi con lo sciopero, il ricatto o l'aperta violenza. Una professione invece, al pari di un clero, ha potere per con­cessione di una élite di cui puntella gli interessi. Come un clero assicura la salvezza a chi si mette al seguito del re unto, così una professione interpreta, tutela e garantisce uno speciale interesse terreno ai seguaci dei moderni so­vrani. Il potere professionale è una forma specializzata del privilegio di prescrivere ciò che è giusto per i terzi e di cui essi hanno perciò bisogno. E la fonte del prestigio e del controllo nel quadro dello Stato industriale. Ovvia­mente questo tipo di potere poteva nascere soltanto in società dove la stessa appartenenza all'élite è legittimata, se non acquisita, dalla condizione professionale: una so­cietà dove alle élites governanti si attribuisce una obiet­tività unica nel suo genere, quella di definire il rango morale di una carenza. Esso è perfettamente congruo con un'epoca nella quale persino l'accesso al parlamento, ossia alla camera della gente comune, è riservato di fatto a co­loro che possiedono un titolo di studio adeguato, ottenuto accumulando capitali di sapere in qualche istituto d'istru­zione superiore. L'autonomia professionale e la licenza di stabilire i bisogni di una società sono le logiche forme che l'oligarchia assume in una cultura politica dove all'atte­stato di censo si sono sostituiti i certificati di patrimonio di sapere rilasciati dalle scuole. Il potere che le profes­sioni conferiscono all'opera dei loro membri è dunque distinto sia per portata che per origine.

Da qualche tempo, inoltre, il potere professionale ha avuto un tale incremento che ormai il medesimo nome sta ad indicare due realtà completamente diverse. L'odierno bio­crate, per esempio, esercita e sperimenta al riparo di qua­lunque analisi critica indossando i panni del vecchio medico di famiglia. Il medico girovago divenne il dottore in medicina quando lasciò allo speziale il commercio dei farmaci tenendo per sé il potere di prescriverli. In quel momento, unendo tre ruoli in un'unica persona, acquisì una nuova, triplice forma di autorità: l'autorità sapienziale di chi consiglia, insegna e guida; l'autorità morale, che rende non soltanto utile ma doverosa l'accettazione della sua sapienza; e l'autorità carismatica, che consente al medico di invocare un interesse supremo dei suoi clienti, più importante non solo della coscienza, ma a volte per­sino della ragion di Stato. Questo genere di medico esiste ancora, ma nel sistema sanitario moderno è ormai una so­pravvivenza del passato. Molto più frequente, oggi, è un nuovo tipo di tecnico della salute. Costui si occupa sem­pre più di “casi” anziché di persone; s'interessa del det­taglio che può scorgere nel caso più che del disturbo dell’individuo; tutela l'interesse della società più che quello della persona. Le tre forme di autorità che, nell'era liberale, il singolo medico aveva riunito in sé nella cura del paziente, sono ora rivendicate dalla corporazione profes­sionale in nome e al servizio dello Stato. L'ente medico si attribuisce ormai una missione sociale.

Da professione liberale che era, nell'ultimo quarto di secolo la medicina è divenuta una professione dominante conquistando il potere di stabilire quello che è un bisogno sanitario della generalità degli uomini. Gli specialisti della salute hanno oggi, come corporazione, l'autorità di decidere quali cure debbano essere dispensate alla collettività. Non è più il singolo professionista che imputa un “biso­gno” al singolo cliente, ma un corpo costituito che im­puta un bisogno a intere categorie di persone e che ri­vendica quindi il mandato di sottoporre a esami tutta quanta la popolazione per individuare tutti coloro che <appartengono al gruppo dei suoi potenziali pazienti. E ciò che accade nel campo della salute corrisponde esattamente a quanto avviene in altri settori. Nuovi sapienti conti­nuano a emulare il fornitore di assistenza terapeutica. Gli educatori, gli assistenti sociali, i militari, gli urbanisti, i giudici, i poliziotti e altri dello stesso stampo ce l'hanno evidentemente già fatta: godono infatti di ampia autono­mia nella creazione degli strumenti diagnostici con i quali catturare poi la clientela da curare. Decine di altri creatori di bisogni si provano anche loro: banchieri internazionali “diagnosticano” i mali di un paese africano e lo indu­cono poi a ingoiare la medicina prescritta, anche a rischio della vita del “paziente”; specialisti della sicurezza va­lutano il grado di rischio del lealismo del cittadino e finiscono col distruggere la sua sfera privata; persino gli accalappiacani si spacciano per specialisti della prevenzione contro gli animali nocivi e si arrogano il diritto di vita e di morte sui cani randagi. Il solo modo di arrestare l'esca­lation dei bisogni è una denuncia radicale, politica, delle illusioni che legittimano il dominio delle professioni.

Parecchie professioni si sono talmente consolidate che non solo tengono sotto tutela il cittadino divenuto cliente, ma determinano la forma del suo mondo, divenuto un ospedale. La lingua nella quale egli si esprime, il suo modo di concepire i diritti e le libertà, la sua coscienza dei bi­sogni recano tutti l'impronta dell'egemonia delle professioni.

La differenza tra l'artigiano, il membro d'una profes­sione liberale e il nuovo tecnocrate risulta chiara met­tendo a confronto le tipiche reazioni suscitate dalla de­cisione di non attenersi ai rispettivi pareri. Se non se­guivi il consiglio dell'artigiano, eri uno stupido. Se non ascoltavi il parere del libero professionista, incorrevi nel­la riprovazione della società. Oggi, invece, è alla profes­sione o all'autorità pubblica che si darà colpa se tu ti sot­trai alle cure che hanno deciso di dispensarti il legale, l'insegnante, il chirurgo o lo psicanalista. Con la scusa di soddisfare i bisogni in maniera migliore e più equa, il professionista dei servizi si è tramutato in un filantropo militante. Il dietologo prescrive la “giusta” formula per il neonato, lo psichiatra il “giusto” antidepressivo, e il maestro di scuola - oggi investito dei più ampi poteri dell’“educatore” - si sente autorizzato a frapporre il suo metodo fra te e qualunque cosa tu abbia voglia d'imparare. Ogni nuova specialità nella produzione dei servizi si af­ferma nel momento in cui il pubblico adotta, e la legge avalla, una nuova concezione di “ciò che non dovrebbe esistere”. L'istituzione scolastica si è sviluppata nel corso di una crociata moralistica contro l'analfabetismo, una volta che l'analfabetismo era stato definito un male. Le cliniche di maternità si sono moltiplicate per porre fine ai parti in casa, ritenuti perniciosi.

I professionisti rivendicano il monopolio della defini­zione della devianza e dei rimedi necessari. Gli avvocati, per esempio (gli esempi che porto possono valere in mi­sura diversa nei diversi paesi: ma la tendenza di fondo è dappertutto uguale), affermano di essere i soli ad avere la competenza e il diritto legale di assistere chi vuole di­vorziare. Se escogiti un sistema per divorziare senza as­sistenza, ti cacci in un guaio: se non sei avvocato, puoi essere chiamato a rispondere di esercizio abusivo della professione; se lo sei, rischi la radiazione dall'ordine per comportamento antiprofessionale. I professionisti vantano inoltre una scienza segreta circa la natura umana e le sue debolezze, scienza che soltanto a loro spetta di applicare. I becchini per esempio, negli Stati Uniti, hanno posto in essere una professione non perché ora si chiamino impre­sari di pompe funebri, o perché è richiesto un diploma per esercitare la loro attività, o perché le loro prestazioni sono diventate molto care, e neppure perché si sono sbaraz­zati dell'odore appiccicato al loro mestiere facendo eleg­gere uno di loro presidente del Lion's Club: costituiscono una professione, dominante e menomante, dal momento in cui hanno acquistato il potere di far bloccare dalla po­lizia un funerale se il morto non è stato imbalsamato e chiuso nella bara da loro. In qualunque campo si possa immaginare un bisogno umano, le nuove professioni me­nomanti si erigono a tutori esclusivi del bene pubblico.

La trasformazione di una professione liberale in profes­sione dominante equivale all'istituzione di una chiesa uffi­ciale di Stato. I medici tramutati in biocrati, gli insegnanti divenuti gnoseocrati, gli impresari di pompe funebri assurti a tanatocrati sono assai più simili a ordini ecclesiastici man­tenuti dallo Stato che a corporazioni di mestiere. Il pro­fessionista, in quanto maestro che insegna ciò ch'è con­forme all'ortodossia scientifica del momento, rappresenta un teologo. In quanto imprenditore morale, fa la stessa parte del prete: crea il bisogno della propria mediazione. In quanto soccorritore militante, svolge il ruolo del mis­sionario e bracca il diseredato. In quanto inquisitore, met­te fuori legge l'eretico: impone la propria soluzione al re­calcitrante che non vuole ammettere di essere un pro­blema. Questa molteplice investitura che si accompagna al compito di alleviare uno specifico inconveniente della condizione umana fa di ogni professione qualcosa di ana­logo a un culto ufficiale. Perciò l'accettazione pubblica delle professioni dominanti costituisce un fatto essenzial­mente politico. La nuova professione crea una nuova ge­rarchia, nuovi clienti e nuovi esclusi, come pure una nuova pressione sul bilancio. Ma oltre a ciò, ad ogni nuovo ri­conoscimento d'una legittimità professionale le funzioni politiche di legiferare, giudicare e governare perdono qual­cosa del loro specifico carattere e della loro indipendenza. La gestione della cosa pubblica passa dagli uguali eletti dal profano alle mani di una élite autoinvestitasi del pro­prio mandato.

Quando la medicina, or non è molto, ha esorbitato dai suoi limiti liberali, ha invaso il campo legislativo stabi­lendo delle norme di diritto pubblico, che hanno effica­cia obbligatoria erga omnes. I medici avevano sempre de­finito che cosa fosse da considerare malattia; oggigiorno la medicina dominante decide quali malattie la società non deve tollerare. La medicina ha invaso i palazzi di giustizia. I medici avevano sempre accertato chi era ma­lato; la medicina dominante invece marchia coloro che devono essere sottoposti a trattamento. I medici dell'età liberale prescrivevano una cura; la medicina dominante possiede poteri pubblici di correzione: decide che cosa bisogna fare dei malati o ai malati. In una democrazia deve derivare dai cittadini il potere di fare le leggi, di at­tuarle e di amministrare la giustizia; con l'ascesa delle professioni costituite in chiese, questo controllo dei citta­dini sui poteri fondamentali è venuto a restringersi, a in­debolirsi, e in certi casi a cadere del tutto. Il governo esercitato da un'assemblea che basi le proprie delibera­zioni sui giudizi pronunciati da tali professioni può essere un governo per il popolo, ma mai del popolo. Non, stiamo qui a indagare con quali propositi si è arrivati a questo indebolimento della supremazia politica; basterà rilevare come una condizione necessaria di tale sovvertimento stia proprio nella squalifica dell'opinione dei profani ad opera dei corpi professionali.

Le libertà civiche riposano sul principio che esclude il “sentito dire” dal novero delle prove sulle quali si ba­sano le decisioni pubbliche. Fondamento comune di tutte le norme vincolanti è ciò che ognuno può vedere con i propri occhi e interpretare con la propria testa. Le opi­nioni, le credenze, le deduzioni o convincimenti non deb­bono prevalere sulla testimonianza oculare, mai. Le élites degli specialisti sono riuscite a diventare professioni domi­nanti solo perché questo principio è stato a poco a poco intaccato e infine ribaltato. Oggi, nei parlamenti come nei tribunali, la regola che vieta le dimostrazioni per sentito dire è di fatto sospesa, non applicandosi alle opinioni espresse dai membri di queste élites che si accreditano da se stesse.

Si badi però a non confondere l'utilizzazione pubblica di un concreto sapere specialistico con quello che è invece l'esercizio di un giudizio normativo da parte di un corpo costituito. Quando un artigiano, per esempio un armaiolo, veniva chiamato in tribunale come perito per mettere i giudici a parte dei segreti del suo mestiere, procedeva sotto i loro occhi a una dimostrazione pratica: faceva ve­dere loro che quel certo proiettile era stato sparato da quella determinata pistola. Oggi la maggioranza degli esperti svolge un ruolo diverso. Il professionista dominante pre­senta ai giudici o ai parlamentari non una prova concreta o una dimostrazione specialistica, ma un'opinione inizia­tica sua e dei suoi colleghi. Impone la sospensione della norma che vieta di basarsi sul sentito dire, e inevitabil­mente scalza la sovranità del diritto. Il potere democratico ne è così ineluttabilmente sminuito.

Le professioni non sarebbero mai diventate dominanti e menomanti se la gente non fosse stata pronta a sentire come una carenza ciò che l'esperto le attribuiva come “bi­sogno”. Il rapporto di dipendenza reciproca che lega l'uno all'altra, come tutore a pupillo, non si riesce ormai più a scorgere perché oscurato dalla corruzione della lingua. Certe buone vecchie parole si sono trasformate in etichette, che indicano a quali specialisti compete la tutela sulla casa, sulla bottega, sul negozio e sullo spazio o sull'aria che li separa. La lingua, il più fondamentale dei beni co­muni, è contaminata da contorti fili gergali, ognuno ma­novrato da una professione. L'espropriazione delle parole, l'impoverimento del lessico quotidiano e la sua degrada­zione a terminologia burocratica corrispondono, in modo ancor più intimamente avvilente, a quella particolare for­ma di degradazione ambientale che toglie agli uomini la capacità di sentirsi utili se non hanno un impiego retri­buito. Finché non si presterà maggiore attenzione ai per­vertimenti di vocabolario dietro cui si nasconde il domi­nio delle professioni, è quasi inutile proporre riforme di legge, di comportamenti e di modelli intese a restringere tale dominio.

Quando io ho imparato a parlare, non esistevano altri “problemi” fuorché quelli di matematica o di scacchi; le “soluzioni” erano saline o legali, e “bisogno” era per lo più usato in forma verbale. Espressioni come “ho un problema” oppure “ho un bisogno” suonavano alquanto bislacche. Quand'ero adolescente, e mentre Hitler elabo­rava “soluzioni”, si diffusero anche i “problemi sociali”. Varietà sempre nuove di “bambini con problemi” veni­vano scoperte tra i poveri man mano che gli assistenti so­ciali imparavano a marchiare le loro prede e a standar­dizzarne i “bisogni”. Il bisogno, inteso come sostantivo,fu la biada che fece espandere le professioni fino a in­staurarne il dominio. La povertà si venne modernizzando. Da esperienza, i managers la tradussero in misura. I poveri divennero i “bisognosi”.

Durante la seconda metà della mia vita, l'essere “biso­gnosi” acquisì rispettabilità. I bisogni calcolabili e imputabili salirono di grado nella scala sociale. “Aver biso­gno” cessò di essere un segno di povertà. Il reddito ori­ginò nuove categorie di bisogni. I pedocrati alla dottor Spock, i sessuocrati alla Lewis Comfort e i volgarizzatori di Ralph Nader che col pretesto di tutelare i consumatori stimolano il consumo, addestrarono i profani a procac­ciarsi soluzioni per i problemi che imparavano a inven­tarsi seguendo le istruzioni professionali. Le università abilitarono i laureati a scalare vette sempre più aree per piantarvi e coltivarvi sempre più nuove specie di bisogni ibridati. Aumentarono le prescrizioni e si ridussero le ca­pacità. In medicina, per esempio, vennero prescritti prodotti farmacologicamente sempre più attivi, mentre la gente perdeva la voglia e la capacità di affrontare un'indisposi­zione o anche un semplice malessere. Nei supermercati americani, dove si calcola che compaiano annualmente circa 1500 prodotti nuovi, meno del venti per cento di essi sopravvive per più di un anno sugli scaffali, mentre gli altri si rivelano invendibili, legati a mode effimere, rischiosi o non remunerativi, o subito superati da nuovi articoli; ra­gion per cui i consumatori sono sempre più indotti a cèrcare la guida dei professionisti della “difesa del consumatore”.

Il rapido ricambio dei prodotti, inoltre, rende i desideri vacui e informi. Sicché, paradossalmente, un forte consu­mo di massa derivato da bisogni indotti genera nel con­sumatore una crescente indifferenza al desiderio specifico, vissuto. Sempre di più i bisogni sono creati dallo slogan pubblicitario e dagli acquisti fatti su prescrizione del funzionario, dell'estetista, del ginecologo e di decine di altri diagnosti. Il bisogno di essere istruiti sul modo di aver bisogno - mediante la pubblicità, prescrizione o la discussione guidata nel collettivo o nella comune - com­pare in ogni cultura in cui le decisioni e gli atti non sono più la risultante di una esperienza personale del soddisfa­cimento, e il consumatore flessibile non può che sostituire i bisogni sentiti con bisogni appresi. Man mano che si pro­gredisce nell'arte d'imparare a provare bisogni, la capa­cità di modellare i propri desideri in funzione di una personale ricerca di soddisfazione diventa una prerogativa rara, propria della gente molto ricca o di quella più dise­redata. Poiché d'altra parte i bisogni vengono incessantemente suddivisi in componenti sempre più piccole, ognuna gestita da un apposito specialista, diviene difficile per il consumatore integrare le disparate offerte dei suoi diversi tutori in una totalità che abbia senso, che possa essere desiderata con piena cognizione di causa e ottenuta con piacere. Dall'alimentazione all'istruzione, dall'armonia co­niugale all'inserimento sociale, dalla dietetica alla meditazione, dall'aggiornamento al riciclaggio, consulenti, esperti e altri personaggi del genere sono pronti a cogliere ogni nuova possibilità di gestire la gente e a offrire i loro pro­dotti prefabbricati per appagare ogni bisogno parcellizzato.

Usato come sostantivo, “bisogno” è la riproduzione su scala individuale di un modello professionale; è la copia in plastica della matrice nella quale i professionisti fondono i loro prodotti; è la forma pubblicitaria che as­sume il favo nel quale si generano i consumatori. Igno­rare i propri bisogni o dubitarne è diventato un comportamento sociale inammissibile. Buon cittadino è colui che attribuisce a se stesso bisogni standardizzati, con tanta convinzione da soffocare ogni altro possibile desiderio e, a maggior ragione, ogni eventuale idea di rinuncia.

Quando sono nato io, prima che Stalin, Hitler e Roosevelt salissero al potere, soltanto i ricchi, gli ipocondriaci e gli appartenenti ad alcune categorie d'élite affermavano d'aver bisogno di assistenza medica quando avevano qualche li­nea di febbre. I medici di allora, a questo riguardo, non disponevano di rimedi molto diversi da quelli delle nonne. La prima mutazione dei bisogni, in medicina, si ebbe coni sulfamidici e gli antibiotici. Mentre si potevano ormai stroncare le infezioni in modo semplice ed efficace, i farmaci idonei furono sempre più soggetti a prescrizione medica. I medici ebbero il monopolio dell'assegnazione del ruolo di malato. Chi non si sentiva bene doveva andare dal medico a farsi etichettare con il nome di una malattia, che legittimava la sua inclusione nella minoranza dei cosiddetti malati: individui esentati dal lavoro, autorizzati a ricevere assistenza, sottoposti agli ordini del medico e tenuti a guarire per tornare ad essere utili. Paradossalmente, proprio mentre la tecnica farmacologica - analisi e medicinali - diventava talmente automatica e poco co­stosa che si sarebbe potuto fare a meno del medico, la società emanava leggi e regolamenti di polizia intesi a limi­tare il libero uso di quei procedimenti che la scienza aveva semplificato e a riservarli esclusivamente ai professionisti.

La seconda mutazione dei bisogni avvenne quando i malati cessarono di essere una minoranza. Oggi sono ben pochi coloro che riescono a scansare a lungo la prestazioni mediche. In Italia come negli Stati Uniti, in Francia o in Belgio, un cittadino su due è sorvegliato contempora­neamente da vari specialisti della salute, che lo curano, lo consigliano o, come minimo, lo tengono sotto osserva­zione. L'oggetto di questa assistenza specialistica è il più delle volte uno stato dei denti, dell'utero, del sistema nervoso, della pressione sanguigna o dell'attività ormonica di cui il “paziente” non patisce. Sicché oggi non sono più i pazienti a costituire la minoranza, ma quei devianti che in qualche modo restano fuori da tutte le classi di pazienti. Compongono tale minoranza i poveri, i contadini, gli immigrati recenti e vari altri che, talvolta di propria volontà, si sottraggono agli obblighi del servizio sanitario. Ancora una ventina d'anni fa “non vedere mai un medico” era segno di salute normale, che si presumeva buona; oggi una simile condizione di non paziente denota miseria o dissenso. E cambiata persino la figura dell'ipocondriaco. Il medico degli anni '40 definiva con questo termine colui che bussava continuamente alla porta del suo studio, il malato immaginario. I medici d'oggi invece indicano col medesimo nome la minoranza che li fugge: gli ipocondriaci sono i sani immaginari. Essere inseriti in un sistema professionale come clienti a vita non è più uno stigma che separa gli individui menomati dalla massa dei cittadini. Viviamo in una società organizzata in funzione delle maggioranze devianti e dei loro custodi. Essere attivo cliente di parecchi professionisti ti dà un posto ben definito in quel regno dei consumatori intorno al quale ruota la nostra società. Trasformandosi da professione liberale consultiva in professione dominante e menomante, la medicina ha così incommensurabilmente accresciuto il numero dei bisognosi.

A questo punto critico, i bisogni attribuiti subiscono una terza mutazione. Si saldano in quello che gli esperti chiamano un problema multidisciplinare, il quale perciò richiede una soluzione multiprofessionale. Prima la pro­liferazione delle merci, ciascuna tendente a diventare una necessità, ha efficacemente addestrato il consumatore a provare bisogni a comando. Poi la graduale parcellizza­zione dei bisogni in spezzoni sempre più piccoli e distinti ha portato il cliente a dipendere dal giudizio dell'esperto per poter miscelare i propri bisogni in un insieme signifi­cativo. Ne offre un buon esempio l'industria dell'automo­bile. Dalla fine degli anni '60 il numero degli accessori facoltativi reclamizzati come necessari per “personalizza­re” una Ford di serie è immensamente cresciuto; ma contrariamente a quel che si aspetterebbe il cliente, questa paccottiglia “opzionale” viene in realtà montata sulla catena di montaggio dello stabilimento di Detroit, e all'ac­quirente del Montana non resta che scegliere tra i pochi modelli già completi di tutto che vengono spediti a caso:se vuole la decappottabile deve prenderla con i sedili verdi che detesta, mentre se per le sue conquiste non può fare a meno dei sedili in finto leopardo deve adattarsi a una berlina col tetto rigido foderato in stoffa scozzese.

Infine il cliente viene educato ad aver bisogno delle prestazioni di un'intera équipe per poter ricevere un'“assistenza soddisfacente”, come dicono i suoi tutori. E ciò che accade quando i servizi professionali si rivolgono in­dividualmente al singolo consumatore, allo scopo di migliorarne lo stato. Sono tanti ormai coloro che passano l'intera esistenza in un dedalo di terapie che secondo i servizi assistenziali dovrebbero servire a migliorare la loro vita. Più si sviluppa l'economia dei servizi, meno tempo resta all'individuo per consumare l'assistenza pedagogica, medica, sociale, ecc. La scarsità di tempo potrebbe diventare presto il principale ostacolo al consumo dei servizi prescritti dai professionisti e spesso pagati dalla collettività. E una scarsità che comincia a manifestarsi assai presto. Già nella scuola materna il bambino viene preso in carico da tutto un gruppo di specialisti: l'allergista, il foniatra, il pediatra, lo psicologo dell'infanzia, l'assistente sociale, l'esperto di educazione psicomotoria, la maestra. Costituendo questa équipe pedocratica, i numerosi e vari professionisti tentano di dividèrsi quel tempo che è diventato il principale limite all'attribuzione di ulteriori biso­gni. Per l'adulto, il luogo dove si concentra la somministrazione dei servizi è il posto di lavoro: dal direttore del personale a quello della formazione, dallo psicologo al medico all'assistente sociale al produttore di assicurazioni, tutti questi specialisti trovano più redditizio spartirsi di comune accordo il tempo del lavoratore che disputarselo singolarmente. Un cittadino senza bisogni sarebbe forte­mente sospetto. La gente ha bisogno d'un impiego, si dice, per l'assistenza che garantisce prima ancora che per i soldi. Sparisce la comunità, sostituita da una nuova placenta composta di tubi che erogano assistenza professionale. Sottoposta a cure intensive permanenti, la vita si paralizza.

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