Dialogo terzo
\ FIL.\ Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno,
il continente universale, l'eterea regione per la quale il tutto
discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli
e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si
argumentano. L'universo immenso ed infinito è il composto
che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.
\ ELP.\ Tanto che non son sfere di superficie concava e convessa,
non sono gli orbi deferenti; ma tutto è un campo, tutto è
un ricetto generale.
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Quello dunque che ha fatto imaginar diversi cieli, son stati
gli diversi moti astrali, con questo, che si vedeva un cielo colmo
di stelle svoltarsi circa la terra, senza che di que' lumi in modo
alcuno si vedesse l'uno allontanarsi da l'altro, ma, serbando sempre
la medesima distanza e relazione, insieme con certo ordine, si versavano
circa la terra non altrimente che una ruota, in cui sono inchiodati
specchi innumerabili, si rivolge circa il proprio asse. Là
onde è stimato evidentissimo, come al senso de gli occhi,
che a que' luminosi corpi non si conviene moto proprio, come essi
discorrer possano, qual ucelli per l'aria; ma per la revoluzion
de gli orbi, ne' quali sono affissi, fatta dal divino polso di qualche
intelligenza.
\ FIL.\ Così comunmente si crede; ma questa imaginazione
-compreso che sarà il moto di questo astro mondano in cui
siamo, che, senza essere affisso ad orbe alcuno, per il generale
e spacioso campo essagitato dall'intrinseco principio, propria anima
e natura, discorre circa il sole e si versa circa il proprio centro
- averrà che sia tolta: e s'aprirà la porta de l'intelligenza
de gli principii veri di cose naturali ed a gran passi potremo discorrere
per il camino della verità. La quale, ascosa sotto il velame
di tante sordide e bestiale imaginazioni, sino al presente è
stata occolta per l'ingiuria del tempo e vicissitudine de le cose
dopo che al giorno de gli antichi sapienti succese la caliginosa
notte di temerari sofisti.
Non sta, si svolge e gira
Quanto nel ciel e sott'il ciel si mira.
Ogni cosa discorre, or alto or basso,
Benché sie 'n lungo o 'n breve,
O sia grave o sia leve;
E forse tutto va al medesmo passo
Ed al medesmo punto.
Tanto il tutto discorre sin ch'è giunto.
Tanto gira sozzopra l'acqua il buglio,
Ch'una medesma parte
Or di su in giù or di giù in su si parte
Ed il medesmo garbuglio
Medesme tutte sorti a tutti imparte.
\ ELP.\ Certo non è dubio alcuno che quella fantasia de gli
stelliferi, fiammiferi, de gli assi, de gli deferenti,.del serviggio
de gli epicicli e di altre chimere assai, non è caggionata
da altro principio che da l'imaginarsi, come appare, questa terra
essere nel mezzo e centro de l'universo e che, essendo lei sola
inmobile e fissa, il tutto vegna a svoltargliesi circa.
\ FIL.\ Questo medesimo appare a quei, che sono ne la luna e ne
gli altri astri che sono in questo medesimo spacio, che sono o terre
o soli.
\ ELP.\ Supposto dunque per ora, che la terra con il suo moto caggiona
questa apparenza del moto diurno e mondano, e con le diverse differenze
di cotal moto caggiona que' tutti che si veggono medesimi convenire
a stelle innumerabili, noi rimarremo a dire che la luna (che è
un'altra terra) si muova da per lei per l'aria circa il sole. Medesimamente
Venere, Mercurio e gli altri, che son pure altre terre, fanno i
lor discorsi circa il medesimo padre de vita.
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Moti proprii di ciascuno son quei che si veggono, oltre
questo moto detto mondano, e proprii de le chiamate fisse (de quali
l'uno e l'altro si denno referire alla terra); e cotai moti sono
di più che di tante differenze, che quanti son corpi; di
sorte che mai si vedranno doi astri convenire in uno e medesimo
ordine e misura di moto, se si vedrà moto in quelli tutti,
quali non mostrano variazione alcuna per la gran distanza che hanno
da noi. Quelli quantunque facciano lor giri circa il fuoco solare
e circa i proprii centri si convertano per la participazione del
vital calore, le differenze de loro approssimarsi e lontanarsi non
possono essere da noi comprese.
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Sono dunque soli innumerabili, sono terre infinite, che
similmente circuiscono quei soli; come veggiamo questi sette circuire
questo sole a noi vicino
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Come dunque circa altri lumi, che sieno gli soli, non veggiamo
discorrere altri lumi, che sieno le terre, ma oltre questi non possiamo
comprendere moto alcuno, e tutti gli altri mondani corpi (eccetto
ancor quei che son detti comete) si veggono sempre in medesima disposizione
e distanza?
\ FIL.\ La raggione è, perché noi veggiamo gli soli,
che son gli più grandi, anzi grandissimi corpi, ma non veggiamo
le terre, le quali, per esserno corpi molto minori, sono invisibili;
come non è contra raggione, che sieno di altre terre ancora
che versano circa questo sole, e non sono a noi manifeste o per
lontananza maggiore o per quantità minore, o per non aver
molta superficie d'acqua, o pur per non aver detta superficie rivolta
a noi ed opposta al sole, per la quale, come un cristallino spechio,
concependo i luminosi raggi, si rende visibile. Là onde non
è maraviglia, né cosa contro natura, che molte volte
udiamo il sole essere alcunamente eclissato, senza che tra lui e
la nostra vista si venesse ad interporre la luna. Oltre di visibili
possono essere anco innumerabili acquosi lumi (cioè terre,
de le quali le acqui son parte) che circuiscano il sole; ma la differenza
del loro circuito è insensibile per la distanza grande; onde
in quel tardissimo moto, che si comprende in quelli che sono visibili
sopra o oltre Saturno, non si vede differenza del moto de gli uni
e moto de gli altri, né tampoco regola nel moto di tutti
circa il mezzo, o poniamo mezzo la terra, o si pona mezzo il sole.
\ ELP.\ Come volevi dunque, che tutti, quantunque distantissimi
dal mezzo, cioè dal sole, potessero raggionevolmente participare
il vital calore da quello?
\ FIL.\ Da questo, che quanto più sono lontani, fanno tanto
maggior circolo; quanto più gran circolo fanno, tanto più
tardi si muoveno circa il sole; quanto più si muoveno tardi,
tanto più resisteno a gli caldi ed infocati raggi di quello.
\ ELP.\ Volevate dunque che que' corpi, benché fussero tanto
discosti dal sole, possono però participar tanto calor che
baste; perché, voltandosi più velocemente circa il
proprio centro e più tardi circa il sole, possono non solamente
participar altre tanto calore, ma ancor di vantaggio, se bisognasse;
atteso che, per il moto più veloce circa il proprio centro,
la medesima parte del convesso de la terra che non fu tanto scaldata,
più presto torni a ristorarsi; per il moto più tardo
circa il mezzo focoso e star più saldo all'impression di
quello, vegna a ricevere più vigorosi gli fiammiferi raggi?
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Dunque volete che, se gli astri che sono oltre Saturno,
come appaiono, sono veramente immobili, verranno ad essere gli innumerabili
soli o fuochi più e meno a noi sensibili, circa gli quali
discorreno le propinque terre a noi insensibili? .
\ FIL.\ Cossì bisognarebbe dire, atteso che tutte le terre
son degne di aver la medesima raggione e tutti gli soli la medesima.
\ ELP.\ Volete per questo che tutti quelli sieno soli?
\ FIL.\ Non, perché non so se tutti o la maggior parte sieno
inmobili, o se di quelli alcuni si gireno circa gli altri, perché
non è chi l'abbia osservato, ed oltre non è facile
ad osservare; come non facilmente si vede il moto e progresso di
una cosa lontana, la quale a gran tratto non facilmente si vede
cangiata di loco, sicome accade nel veder le navi poste in alto
mare. Ma, sia come si vuole, essendo l'universo infinito, bisogna
al fine che sieno più soli; perché è impossibile
che il calore e lume di uno particolare possa diffondersi per l'immenso,
come poté imaginarsi Epicuro, se è vero quel che altri
riferiscono. Per tanto si richiede anco, che sieno soli innumerabili
ancora, de quali molti sono a noi visibili in specie di picciol
corpo; ma tale parrà minor astro che sarà molto maggior
di quello che ne pare massimo.
\ ELP.\ Tutto questo deve almeno esser giudicato possibile e conveniente.
\ FIL.\ Circa quelli possono versarsi terre di più grande
e più picciola mole che questa.
\ ELP.\ Come conoscerò la differenza? come, dico, distinguerò
gli fuochi da le terre?.
\ FIL.\ Da quel, che gli fuochi sono fissi e le terre mobili, da
che gli fuochi scintillano e le terre non; de quali segni il secondo
è più sensibile che il primo.
\ ELP.\ Dicono che l'apparenza del scintillare procede dalla distanza
da noi.
\ FIL.\ Se ciò fusse, il sole non scintillarebbe più
di tutti, e gli astri minori che son più lontani, scintillarebono
più che gli maggiori che son più vicini.
\ ELP.\ Volete che gli mondi ignei sieno cossì abitati come
gli aquei?
\ FIL.\ Niente peggio e niente manco.
\ ELP.\ Ma che animali possono vivere nel fuoco?
\ FIL.\ Non vogliate credere, che quelli sieno corpi de parti similari,
perché non sarebono mondi, ma masse vacue, vane e sterili.
Però è conveniente e naturale ch'abbiano la diversità
de le parti, come questa ed altre terre hanno la diversità
di proprii membri; benché questi sieno sensibili come acqui
illustrate, e quelli come luminose fiamme.
\ ELP.\ Credete che, quanto alla consistenza e solidità,
la materia prossima del sole sia pur quella che è materia
prossima de la terra? (Perché so, che non dubitate essere
una la materia primiera del tutto).
\ FIL.\ Cossì è certo. Lo intese il Timeo, lo confermò
Platone, tutti veri filosofi l'han conosciuto, pochi l'hanno esplicato,
nessuno a' tempi nostri s'è ritrovato che l'abbia inteso,
anzi molti con mille modi vanno turbando l'intelligenza; il che
è avenuto per la corrozion de l'abito e difetto di principii.
\ ELP.\ A questo modo d'intendere se non è pervenuta, pur
pare che s'accoste la Dotta ignoranza del Cusano, quando, parlando
de le condizioni de la terra, dice questa sentenza: "Non dovete
stimare che da la oscurità e negro colore possiamo argumentare
che il corpo terreno sia vile e più de gli altri ignobile;
perché, se noi fussimo abitatori del sole, non vedremmo cotal
chiarezza che in quello veggiamo da questa regione circumferenziale
a lui. Oltre ch'al presente, se noi ben bene fissaremo l'occhio
in quello, scuopriremo ch'ha verso il suo mezzo quasi una terra,
o pur come un umido ed uno nuvoloso corpo che, come da un cerchio
circumferenziale, diffonde il chiaro e radiante lume. Onde non meno
egli che la terra viene ad esser composto di proprii elementi".
\ FIL.\ Sin qua dice divinamente; ma seguitate apportando quel che
soggionge.
\ ELP.\ Per quel che soggionge, si può dar ad intendere che
questa terra sia un altro sole, e che tutti gli astri sieno medesimamente
soli. Dice cossì: "S'alcuno fusse oltre la region del
fuoco, verrebe questa terra ad apparire una lucida stella nella
circumferenza della sua regione per mezzo del fuoco; non altrimente
che a noi che siamo nella circumferenza della region del sole, appare
lucidissimo il sole; e la luna non appare similmente lucida, perché
forse circa la circumferenza di quella noi siamo verso le parti
più mezzane, o, come dice lui, centrali, cioè nella
region umida ed acquosa di quella; e per tanto, benché abbia
il proprio lume, nulla di meno non appare; e solo veggiamo quello
che nella superficie aquea vien caggionato dalla reflession del
lume solare".
\ FIL.\ Ha molto conosciuto e visto questo galantuomo ed è
veramente uno de particularissimi ingegni ch'abbiano spirato sotto
questo aria; ma, quanto a l'apprension de la verità, ha fatto
qual nuotatore da tempestosi flutti ormesso alto or basso; perché
non vedea il lume continuo, aperto e chiaro, e non nuotava come
in piano e tranquillo ma interrottamente e con certi intervalli.
La raggion di questo è che lui non avea evacuati tutti gli
falsi principii de quali era imbibito dalla commune dottrina onde
era partito; di sorte che, forse per industria, gli vien molto a
proposito la intitulazion fatta al suo libro Della dotta ignoranza,
o Della ignorante dottrina.
\ ELP.\ Quale è quel principio che lui non ha evacuato, e
dovea evacuarsi?
\ FIL.\ Che l'elemento del foco sia come l'aria attrito dal moto
del cielo e che il foco sia un corpo sottilissimo, contra quella
realità e verità che ne si fa manifesta per quel che
ad altri propositi e ne gli discorsi proprii consideramo: dove si
conchiude esser necessario che sia cossì un principio materiale,
solido e consistente del caldo come del freddo corpo; e che l'eterea
regione non può esser di fuoco né fuoco, ma infocata
ed accesa dal vicino solido e spesso corpo, quale è il sole.
Tanto che, dove naturalmente possiamo parlare, non è mestiero
di far ricorso alle matematiche fantasie. Veggiamo la terra aver
le parti tutte, le quali da per sé non sono lucide; veggiamo
che alcune possono lucere per altro, come la sua acqua, il suo aria
vaporoso, che accoglieno il calore e lume del sole e possono trasfondere
l'uno e l'altro alle circostante regioni. Per tanto è necessario,
che sia un primo corpo al quale convegna insieme essere per sé
lucido e per sé caldo; e tale non può essere, se non
è constante, spesso e denso; perché il corpo raro
e tenue non può essere suggetto di lume né di calore,
come altre volte si dimostra da noi al suo proposito. Bisogna dunque
al fine che li doi fondamenti de le due contrarie prime qualitadi
attive sieno similmente constanti, e che il sole, secondo quelle
parti che in lui son lucide e calde, sia come una pietra o un solidissimo
infocato metallo; non dirò metallo liquabile, quale il piombo,
il bronzo, l'oro, l'argento; ma qual metallo illiquabile, non già
ferro che è infocato, ma qual ferro che è foco istesso;
e che, come questo astro in cui siamo, per sé è freddo
ed oscuro, niente partecipe di calore e lume, se non quanto è
scaldato dal sole, cossì quello è da per sé
caldo e luminoso, niente partecipe di freddezza ed opacità,
se non quanto è rinfrescato da circonstanti corpi ed ha in
sé parti d'acqua, come la terra ha parti di foco. E però,
come in questo corpo freddissimo, e primo freddo ed opaco, sono
animali che vivono per il caldo e lume del sole, cossì in
quello caldissimo e lucente son quei che vegetano per la refrigirazione
di circostanti freddi: e sicome questo corpo è per certa
participazione caldo nelle sue parti dissimilari, talmente quello
è secondo certa participazione freddo nelle sue.
\ ELP.\ Or che dite del lume?
\ FIL.\ Dico che il sole non luce al sole, la terra non luce a la
terra, nessuno corpo luce in sé, ma ogni luminoso luce nel
spacio circa lui. Però, quantunque la terra sia un corpo
luminoso per gli raggi del sole nella superficie cristallina, il
suo lume non è sensibile a noi, né a color che si
trovano in tal superficie, ma a quei che sono all'opposito di quella.
Come oltre, dato che tutta la superficie del mare la notte sia illustrata
dal splendor de la luna, a quelli però che vanno per il mare,
non appare se non in quanto a certo spacio che è a l'opposito
verso la luna; ai quali se fusse dato di alzarsi più e più
verso l'aria, sopra il mare, sempre più e più gli
verrebe a crescere la dimension del lume e vedere più spacio
di luminoso campo. Quindi facilissimamente si può tirare
qualmente quei che sono ne gli astri luminosi o pure illuminati,
non hanno sensibile il lume del suo astro, ma quello de circostanti;
come nel medesimo loco comune un loco particulare prende lume dal
differente loco particulare.
\ ELP.\ Dunque, volete dire ch'a gli animanti solari non fa giorno
il sole, ma altra circostante stella?
\ FIL.\ Cossì è. Non lo capite?
\ ELP.\ Chi non lo capirebbe? Anzi per questo considerare vegno
a capir altre cose assai, per conseguenza. Son dunque due sorte
di corpi luminosi: ignei, e questi son luminosi primariamente; ed
acquei over cristallini, e questi sono secondariamente lucidi.
\ FIL.\ Cossì è.
\ ELP.\ Dunque, la raggione del lume non si deve referire ad altro
principio?
\ FIL.\ Come può essere altrimente, non conoscendosi da noi
altro fondamento di lume? Perché vogliamo appoggiarci a vane
fantasie, dove la esperienza istessa ne ammaestra?
\ ELP.\ È vero che non doviamo pensare que' corpi aver lume
per certo inconstante accidente, come le putredini di legni, le
scaglie e viscose grume di pesci, o qual fragilissimo dorso di nitedole
e mosche nottiluche, de la raggione del cui lume altre volte ne
raggionaremo.
\ FIL.\ Come vi parrà.
\ ELP.\ Cossì dunque non altrimente s'ingannano quelli che
dicono gli circostanti luminosi corpi essere certe quinte essenze,
certe divine corporee sustanze di natura al contrario di queste
che sono appresso di noi, ed appresso le quali noi siamo; che quei
che dicessero il medesimo di una candela o di un cristallo lucente
visto da lontano.
\ FIL.\ Certo.
\ FRAC.\ In vero questo è conforme ad ogni senso, raggione
ed intelletto.
\ BUR.\ Non già al mio, che giudica facilmente questo vostro
parere una dolce sofisticaria.
\ FIL.\ Rispondi a costui tu, Fracastorio, perché io ed Elpino,
che abbiamo discorso molto, vi staremo ad udire.
\ FRAC.\ Dolce mio Burchio, io per me ti pono in luogo.d'Aristotele,
ed io voglio essere in luogo di uno idiota e rustico che confessa
saper nulla, presuppone di aver inteso niente, e di quello che dice
ed intende il Filoteo, e di quello che intende Aristotele e tutto
il mondo ancora. Credo alla moltitudine, credo al nome della fama
e maestà de l'autorità peripatetica, admiro insieme
con una innumerabile moltitudine la divinità di questo demonio
de la natura; ma per ciò ne vegno a te per essere informato
de la verità, e liberarmi dalla persuasione di questo che
tu chiami sofista. Or vi dimando per qual caggione voi dite essere
grandissima o pur grande, o pur quanto e qualsivoglia differenza
tra que' corpi celesti e questi che sono appresso di noi?
\ BUR.\ Quelli son divini, questi sono materialacci.
\ FRAC.\ Come mi farrete vedere e credere che quelli sieno più
divini?
\ BUR.\ Perché quelli sono impassibili, inalterabili, incorrottibili
ed eterni, e questi al contrario; quelli mobili di moto circulare
e perfettissimo, questi di moto retto.
\ FRAC.\ Vorrei sapere se, dopo ch'arrete ben considerato, giurareste
questo corpo unico (che tu intendi come tre o quattro corpi, e non
capisci come membri di medesimo composto) non esser mobile cossì
come gli altri astri mobili, posto che il moto di quelli non è
sensibile perché ne siamo oltre certa distanza rimossi, e
questo, se è, non ne può esser sensibile, perché,
come han notato gli antichi e moderni veri contemplatori della natura
e come per esperienza ne fa manifesto in mille maniere il senso,
non possiamo apprendere il moto se non per certa comparazione e
relazione a qualche cosa fissa: perché, tolto uno che non
sappia che l'acqua corre e che non vegga le ripe, trovandosi in
mezzo l'acqui entro una corrente nave, non arrebe senso del moto
di quella. Da questo potrei entrare in dubio ed essere ambiguo di
questa quiete e fissione; e posso stimare che, s'io fusse nel sole,
nella luna ed altre stelle, sempre mi parrebe essere nel centro
del mondo immobile, circa il quale tutto il circostante vegna a
svolgersi, svolgendosi però qual corpo continente in cui
mi trovo, circa il proprio centro. Ecco come non son certo della
differenza di mobile e stabile.
Quanto a quel che dici del moto retto, certo cossì non veggiamo
questo corpo muoversi per linea retta, come anco non veggiamo gli
altri. La terra, se ella si muove, si muove circularmente, come
gli altri astri, qualmente Egesia, Platone e tutti savi dicono,
e conceder deve Aristotele ed ogni altro. E della terra quello che
noi veggiamo montare e descendere, non è tutto il globo,
ma certe particelle di quello; le quali non si allontanano oltre
quella regione che è computata tra le parti e membri di questo
globo: nel quale, come in uno animale, è lo efflusso ed influsso
de parti e certa vicissitudine e certa commutazione e rinovazione.
Il che tutto, se medesimamente è ne gli altri astri, non
si richiede che sia medesimamente sensibile a noi; perché
queste elevazioni di vapori ed exalazioni, successi di venti, piogge,
nevi, tuonitrui, sterilitadi, fertilitadi, inundazioni, nascere,
morire, se sono ne gli altri astri, non possono similmente essere
a noi sensibili. Ma solamente quelli sono a noi sensibili per il
splendor continuo che dalla superficie di foco, o di acqua, o nuvolosa
mandano per il spacio grande. Come parimente questo astro è
sensibile a quei che sono ne gli altri per il splendor che diffonde
dalla faccia di mari (e talvolta dal volto affetto di nuvolosi corpi,
per il che nella luna per medesima raggione le parti opache paiono
meno opache), la qual faccia non vien cangiata se non per grandissimo
intervallo di etadi e secoli, per il corso de quali gli mari si
cangiano in continenti e gli continenti in mari. Questo dunque e
quei corpi son sensibili per il lume che diffondeno. Il lume che
di questa terra si diffonde a gli altri astri, è né
più né meno perpetuo ed inalterabile, che quello di
astri simili: e cossì come il moto retto ed alterazione di
quelle particelle è insensibile a noi, a loro è insensibile
ogni altro moto ed alterazione che ritrovar si possa in questo corpo.
E sì come della luna da questa terra, ch'è un'altra
luna, appaiono diverse parti altre più altre men luminose,
cossì della terra da quella luna, ch'è un'altra terra,
appaiono diverse parti per la varietà e differenza de spacii
di sua superficie. E come, se la luna fusse più lontana,
il diametro de le parti opache mancando, andarebono le parti lucide
ad unirse e strengersi in una sensibilità di corpo più
picciolo e tutto quanto lucido; similmente apparirebe la terra,
se fusse più lontana dalla luna. Onde possiamo stimare che
de stelle innumerabili sono altre tante lune, altre tanti globi
terrestri, altre tanti mondi simili a questo; circa gli quali par
che questa terra si volte, come quelli appaiono rivolgersi ed aggirarsi
circa questa terra. Perché, dunque, vogliamo affirmar essere
differenza tra questo e que' corpi, se veggiamo ogni convenienza?
perché vogliamo negare esser convenienza, se non è
raggione né senso che ne induca a dubitar di quella?
\ BUR.\ Cossì, dunque, avete per provato che quei corpi non
differiscano da questo?
\ FRAC.\ Assai bene, perché ciò che di questo può
vedersi da là, di quelli può vedersi da qua; ciò
che di quelli può vedersi da qua, di questo si vede da là,
come dire, corpo picciolo questo e quelli, luminoso in parte da
distanza minore questo e quelli, luminoso in tutto da distanza maggiore,
e più picciolo, questo e quelli.
\ BUR.\ Ove è dunque quel bell'ordine, quella bella scala
della natura, per cui si ascende dal corpo più denso e crasso,
quale è la terra, al men crasso, quale è l'acqua,
al suttile, quale è il vapore, al più suttile, quale
è l'aria puro, al suttilissimo, quale è il fuoco,
al divino, quale è il corpo celeste? dall'oscuro al men oscuro,
al chiaro, al più chiaro, al chiarissimo? dal tenebroso al
lucidissimo, dall'alterabile e corrottibile al libero d'ogni alterazione
e corrozione? dal gravissimo al grave, da questo al lieve, dal lieve
al levissimo, indi a quel che non è né grave né
lieve? dal mobile al mezzo, al mobile dal mezzo, indi al mobile
circa il mezzo? ..
\ FRAC.\ Volete saper ove sia questo ordine? Ove son gli sogni,
le fantasie, le chimere, le pazzie. Perché, quanto al moto,
tutto quello che naturalmente si muove, ha delazion circulare o
circa il proprio o circa l'altrui mezzo; dico circolare, non semplice
e geometricamente considerando il circolo e circulazione, ma secondo
quella regola che veggiamo fisicamente mutarsi di loco gli corpi
naturali. Moto retto non è proprio né naturale a corpo
alcuno principale; perché non si vede se non nelle parti
che sono quasi escrementi che hanno efflusso da corpi mondani, o
pur, altronde, hanno influsso alle congenee sfere e continenti.
Qualmente veggiamo de l'acqui che, in forma di vapore assottigliate
dal caldo, montano in alto; ed in propria forma inspessate dal freddo,
ritornano al basso; nel modo che diremo nel proprio loco, quando
consideraremo del moto. Quanto alla disposizione di quattro corpi,
che dicono terra, acqua, aria, foco, vorei sapere qual natura, qual'arte,
qual senso la fa, la verifica, la dimostra.
\ BUR.\ Dunque, negate la famosa distinzione de gli elementi?
\ FRAC.\ Non nego la distinzione, perché lascio ognuno distinguere
come gli piace ne le cose naturali; ma niego questo ordine, questa
disposizione: cioè che la terra sia circondata e contenuta
da l'acqua, l'acqua da l'aria, l'aria dal foco, il foco dal cielo.
Perché dico uno essere il continente e comprensor di tutti
corpi e machine grandi che veggiamo come disseminate e sparse in
questo amplissimo campo: ove ciascuno di cotai corpi, astri, mondi,
eterni lumi è composto di ciò che si chiama terra,
acqua, aria, fuoco. Ed in essi, se ne la sustanza della composizione
predomina il fuoco, vien denominato il corpo che si chiama sole
e lucido per sé; se vi predomina l'acqua, vien denominato
il corpo che si chiama tellure, luna, o di simil condizione, che
risplende per altro, come è stato detto. In questi, dunque,
astri o mondi, come le vogliam dire, non altrimente si intendeno
ordinate queste parti dissimilari secondo varie e diverse complessioni
di pietre, stagni, fiumi, fonti, mari, arene, metalli, caverne,
monti, piani ed altre simili specie di corpi composti, de siti e
figure, che ne gli animali son le parti dette eterogenee, secondo
diverse e varie complessioni di ossa, di intestini, di vene, di
arterie, di carne, di nervi, di pulmone, di membri di una e di un'altra
figura, presentando gli suoi monti, le sue valli, gli suoi recessi,
le sue acqui, gli suoi spiriti, gli suoi fuochi, con accidenti proporzionali
a tutte meteoriche impressioni; quai sono gli catarri, le erisipile,
gli calculi, le vertigini, le febri ed altre innumerabili disposizioni
ed abiti che rispondeno alle nebbie, piogge, nevi, caumi, accensioni,
alle saette, tuoni, terremoti e venti, a fervide ed algose tempeste.
Se, dunque, altrimente la terra ed altri monti sono animali che
questi comunmente stimati, son certo animali con maggior e più
eccellente raggione. Però, come Aristotele o altro potrà
provare l'aria essere più circa la terra che entro la terra,
se di questa non è parte alcuna nella quale quello non abbia
luogo e penetrazione, secondo il modo che forse volser dir gli antichi
il vacuo per tutto comprendere di fuora e penetrare entro il pieno?
Ove possete voi imaginare la terra aver spessitudine, densità
e consistenza senza l'acqua ch'accopie ed unisca le parti? Come
possete intendere verso il mezzo la terra esser più grave,
senza che crediate, che ivi le sue parti non son più spesse
e dense, la cui spessitudine è impossibile senza l'acqua
che sola è potente ad agglutinare parte a parte? Chi non
vede che da per tutto della terra escono isole e monti sopra l'acqua;
e non solo sopra l'acqua, ma oltre sopra l'aria vaporoso e tempestoso,
rinchiuso tra gli alti monti, e computato tra' membri de la terra,
a far un corpo perfettamente sferico; onde è aperto che l'acqui
non meno son dentro le viscere di quella che gli umori e sangue
entro le nostre? . Chi non sa, che nelle profonde caverne e concavitadi
de la terra son le congregazioni principali de l'acqua? E se dici
che la è tumida sopra i lidi, rispondo, che questi non son
le parti superiori de la terra, perché tutto ch'è
intra gli altissimi monti, s'intende nella sua concavità.
Oltre, che il simile si vede nelle goccie impolverate, pendenti
e consistenti sopra il piano: perché l'intima anima, che
comprende ed è in tutte le cose, per la prima fa questa operazione:
che, secondo la capacità del suggetto, unisce quanto può
le parti. E non è, perché l'acqua sia o possa essere
naturalmente sopra o circa la terra, più che l'umido di nostra
sustanza sia sopra o circa il nostro corpo. Lascio che le congregazioni
de l'acqui nel mezzo essere più eminenti si vede da tutti
canti de lidi e da tutti luoghi ove si trovano tali congregazioni.
E certo, se le parti de l'arida cossì potessero da per sé
unirsi, farrebono il simile, come apertamente vegnono inglobate
in sferico quando sono per beneficio de l'acqua agglutinate insieme:
perché tutta la unione e spessitudine di parti che si trova
nell'aria, procede da l'acqua. Essendono dunque l'acqui entro le
viscere de la terra, e non essendo parte alcuna di quella, che ha
unione di parti e spessitudine, che non comprenda più parti
de l'acqua che de l'arida (perché dove è il spessissimo,
ivi massime è composizione e domìno di cotal soggetto,
ch'ha virtù de le parti coerenti), chi sarà che per
questo non voglia affirmar più tosto che l'acqua è
base de la terra, che la terra de l'acqua? che sopra questa è
fondata quella, non quella sopra questa? Lascio che l'altitudine
de l'acqua sopra la faccia de la terra che noi abitiamo, detta il
mare, non può essere e non è tanta, che sia degna
di compararsi alla mole di questa sfera; e non è veramente
circa, come gl'insensati credeno, ma dentro quella. Come, forzato
dalla verità o pure dalla consuetudine del dire di antichi
filosofi, confessò Aristotele nel primo della sua Meteora,
quando confessò che le due regioni infime de l'aria turbulento
ed inquieto sono intercette e comprese da gli alti monti, e sono
come parti e membri di quella; la quale vien circondata e compresa
da aria sempre tranquillo, sereno e chiaro a l'aspetto de le stelle;
onde, abbassando gli occhi, si vede l'università di venti,
nubi, nebbie e tempeste, flussi e reflussi che procedeno dalla vita
e spiramento di questo grande animale e nume, che chiamiamo Terra,
nomorno Cerere, figurorno per Iside, intitulorno Proserpina e Diana,
la quale è la medesima chiamata Lucina in cielo; intendendo
questa non esser di natura differente da quella. Ecco quanto si
manca, che questo buon Omero, quando non dorme, dica l'acqua aver
natural seggio sopra o circa la terra, dove né venti né
piogge né caliginose impressioni si ritrovano. E se maggiormente
avesse considerato ed atteso, arrebe visto che anco nel mezzo di
questo corpo (se ivi è il centro della gravità) è
più luogo di acqua che di arida: perché le parti della
terra non son gravi, senza che molta acqua vegna in composizion
con quelle; e senza l'acqua non hanno attitudine da l'appulso e
proprio pondo per descender da l'aria a ritrovar la sfera del proprio
continente. Dunque, qual regolato senso, qual verità di natura
distingue ed ordina queste parti di maniera tale, quale dal cieco
e sordido volgo è conceputa, approvata da quei che parlano
senza considerare, predicata da chi molto dice e poco pensa? Chi
crederà oltre non esser proposito di veritade (ma s'è
prodotta da uomo senza autorità, cosa da riso; s'è
riferita da persona stimata e divolgata illustre, cosa da esser
referita a misterio o parabola ed interpretata per metafora; s'è
apportata da uomo, ch'ha più senso ed intelletto che autorità,
numerata tra gli occolti paradossi) la sentenza di Platone appresa
dal Timeo, da Pitagora ed altri, che dechiara noi abitare nel concavo
ed oscuro de la terra, ed aver quella raggione a gli animali, che
son sopra la terra, che hanno gli pesci a noi; perché, come
questi viveno in un umido più spesso e crasso del nostro,
cossì noi viviamo in un più vaporoso aria che color
che son in più pura e più tranquilla regione; e sì
come l'Oceano a l'aria impuro è acqua, cossì il caliginoso
nostro è tale a quell'altro veramente puro? da tal senso
e dire, lo che voglio inferire, è questo: che il mare, i
fonti, i fiumi, i monti, le pietre e l'aria in essi contenuto, e
compreso in essi sin alla mezzana regione, come la dicono, non sono
altro che parti e membri dissimilari d'un medesimo corpo, d'una
massa medesima, molto proporzionali alle parti e membri che noi
volgarmente conoscemo per composti animali: di cui il termine, convessitudine
ed ultima superficie è terminata da gli estremi margini de
monti ed aria tempestoso; di sorte che l'Oceano e gli fiumi rimagnono
nel profondo de la terra non meno che l'epate, stimato fonte del
sangue, e le ramificate vene son contenute e distese per li più
particulari.
\ BUR.\ Dunque, la terra non è corpo gravissimo, e però
nel mezzo, appresso la quale più grave e più vicina
è l'acqua, che la circonda, la quale è più
grave che l'aria?
\ FRAC.\ Se tu giudichi il grave dalla maggior attitudine di penetrar
le parti e farsi al mezzo ed al centro, dirò l'aria essere
gravissimo e l'aria esser levissimo tra tutti questi chiamati elementi.
Perché, sicome ogni parte della terra, se si gli dà
spacio, descende sino al mezzo, cossì le parti de l'aria
più subito correranno al mezzo che parte d'altro qualsivoglia
corpo; perché a l'aria tocca essere il primo a succedere
al spacio, proibire il vacuo ed empire. Non cossì subito
succedeno al loco le parti de la terra, le quali per ordinario non
si muoveno se non penetrando l'aria; perché a far che l'aria
penetre, non si richiede terra né acqua né fuoco;
né alcuni di questi lo prevegnono, né vincono, per
esser più pronti, atti ed ispediti ad impir gli angoli del
corpo continente. Oltre, se la terra, che è corpo solido,
si parte, l'aria sarà quello che occuparà il suo loco:
non cossì è atta la terra ad occupar il loco de l'aria
che si parte. Dunque, essendo proprio a l'aria il muoversi a penetrar
ogni sito e recesso, non è corpo più lieve de l'aria,
non è corpo più greve che l'aria.
\ BUR.\ Or che dirai de l'acqua?
\ FRAC.\ De l'acqua ho detto, e torno a dire, che quella è
più grave che la terra, perché più potentemente
veggiamo l'umor descendere e penetrar l'arida sino al mezzo, che
l'arida penetrar l'acqua: ed oltre, l'arida, presa a fatto senza
composizion d'acqua, verrà a sopranatare a l'acqua ed essere
senza attitudine di penetrarvi dentro; e non descende, se prima
non è imbibita d'acqua e condensata in una massa e spesso
corpo, per mezzo della quale spessitudine e densità acquista
potenza di farsi dentro e sotto l'acqua. La quale acqua, per l'opposito,
non descenderà mai per merito della terra, ma perché
si aggrega, condensa e radoppia il numero de le parti sue per farsi
imbibire ed ammassar l'arida: perché veggiamo che più
acqua assai capisce un vase pieno di cenere veramente secca, che
un altro vase uguale in cui sia nulla. L'arida dunque, come arida,
soprasiede e sopranata a l'acqua.
\ BUR.\ Dechiaratevi meglio.
\ FRAC.\ Torno a dire che, se dalla terra si rimovesse tutta l'acqua,
di sorte che la rimanesse pura arida, bisognarebe necessariamente
che il rimanente fusse un corpo inconstante, raro, dissoluto e facile
ad esser disperso per l'aria, anzi in forma di corpi innumerabili
discontinuati; perché quel che fa uno continuo, è
l'aria; quello che fa per la coerenzia uno continuo, è l'acqua,
sia che si voglia del continuato, coerente e solido, che ora è
l'uno, ora è l'altro, ora è il composto de l'uno e
l'altro. Ove, se la gravità non procede da altro che dalla
coerenza e spessitudine de le parti, e quelle della terra non hanno
coerenza insieme se non per l'acqua, - di cui le parti, come quelle
de l'aria, per sé si uniscono e la quale ha più virtù
che altro, se non ha virtù singulare, a far che le parti
de altri corpi s'uniscano insieme, - averrà che l'acqua,
al riguardo d'altri corpi che per essa dovegnon grevi, e per cui
altri acquista l'esser ponderoso, è primieramente grave.
Però non doveano esser stimati pazzi, ma molto più
savii color che dissero la terra esser fondata sopra l'acqui.
\ BUR.\ Noi diciamo che nel mezzo si deve sempre intendere la terra,
come han conchiuso tanti dottissimi personaggi.
\ FRAC.\ E confirmano gli pazzi.
\ BUR.\ Che dite de pazzi?.
\ FRAC.\ Dico questo dire non esser confirmato da senso né
da raggione.
\ BUR.\ Non veggiamo gli mari aver flusso e reflusso e gli fiumi
far il suo corso sopra la faccia de la terra?
\ FRAC.\ Non veggiamo gli fonti, che son principio de' fiumi, che
fan gli stagni e mari, sortir da le viscere de la terra, e non uscir
fuor de le viscere de la terra, se pur avete compreso quel che poco
fa ho più volte detto?
\ BUR.\ Veggiamo l'acqui prima descender da l'aria che per l'acqui
vegnano formati i fonti.
\ FRAC.\ Sappiamo che l'acqua - se pur descende da altro aria che
quello ch'è parte ed appartenente a' membri de la terra -
prima originale, principale, e totalmente è nella terra;
che appresso derivativa, secondaria e particolarmente sia ne l'aria.
\ BUR.\ So che stai sopra questo, che la vera extima superficie
del convesso della terra non si prende dalla faccia del mare, ma
dell'aria uguale a gli altissimi monti.
\ FRAC.\ Cossì ave affirmato e confirmato ancora il vostro
principe Aristotele.
\ BUR.\ Questo nostro prencipe è senza comparazione più
celebrato e degno e seguitato che il vostro, il quale ancora non
è conosciuto né visto. Però piaccia quantosivoglia
a voi il vostro, a me non dispiace il mio.
\ FRAC.\ Benché vi lasce morir di fame e freddo, vi pasca
di vento e mande discalzo ed ignudo.
\ FIL.\ Di grazia, non vi fermiate su questi propositi disutili
e vani.
\ FRAC.\ Cossì farremo. Che dite dunque, o Burchio, a questo
ch'avete udito?
\ BUR.\ Dico che, sia che si vuole, all'ultimo bisogna veder quello
ch'è in mezzo di questa mole, di questo tuo astro, di questo
tuo animale. Perché, se vi è la terra pura, il modo
con cui costoro hanno ordinati gli elementi, non è vano.
\ FRAC.\ Ho detto e dimostrato, che più raggionevolmente
vi è l'aria o l'acqua, che l'arida: la qual pure non vi sarà
senza esser composta con più parti d'acqua, che al fine vegnano
ad essergli fondamento; perché veggiamo più potentemente
le particelle de l'acqua penetrar la terra, che le particole di
questa penetrar quella. E più, dunque, verisimile, anzi necessario,
che nelle viscere della terra sia l'acqua, che nelle viscere de
l'acqua sia la terra.
\ BUR.\ Che dici de l'acqua che sopranata e discorre sopra la terra?
\ FRAC.\ Non è chi non possa vedere che questo è per
beneficio ed opra dell'acqua medesima: la quale, avendo inspessata
e fissata la terra, constipando le parti di quella, fa che l'acqua
oltre non vegna assorbita; la quale altrimente penetrarebe sin al
profondo de l'arida sustanza, come veggiamo per isperienza universale.
Bisogna, dunque, che in mezzo de la terra sia l'acqua, a fin che
quel mezzo abbia fermezza, la qual non deve rapportarsi alla terra
prima, ma a l'acqua: perché questa fa unite e congionte le
parti di quella, e per consequenza questa più tosto opra
la densità nella terra, che per il contrario la terra sia
caggione della coerenza delle parti de l'acqua e faccia dense quelle.
Se, dunque, nel mezzo non vuoi che sia composto di terra ed acqua,
è più verisimile e conforme ad ogni raggione ed esperienza,
che vi sia più tosto l'acqua che la terra. E se vi è
corpo spesso, è maggiore raggione che in esso predomine l'acqua
che l'arida, perché l'acqua è quello che fa la spessitudine
nelle parti de la terra; la quale per il caldo si dissolve (non
cossì dico della spessitudine ch'è nel foco primo,
la quale è dissolubile dal suo contrario): che, quanto è
più spessa e greve, conosce tanto più partecipazion
d'acqua. Onde le cose che sono appresso noi spessissime, non solamente
son stimate aver più partecipazion d'acqua, ma oltre si trovano
esser acqua istessa in sustanza, come appare nella resoluzion di
più grevi e spessi corpi che sono gli liquabili metalli.
Ed in vero in ogni corpo solido, che ha parti coerenti, se v'intende
l'acqua la qual gionge e copula le parti, cominciando da minimi
della natura; di sorte che l'arida, a fatto disciolta da l'acqua,
non è altro che vaghi e dispersi atomi. Però son più
consistenti le parti de l'acqua senza la terra, perché le
parti de l'arida nullamente consisteno senza l'acqua. Se, dunque,
il mezzano loco è destinato a chi con maggiore appulso e
più velocità vi corre, prima conviene a l'aria il
quale empie il tutto, secondo a l'acqua, terzo a la terra. Se si
destina al primo grave, al più denso e spesso, prima conviene
a l'acqua, secondo a l'aria, terzo a l'arida. Se prenderemo l'arida
gionto all'acqua, prima conviene a la terra, secondo a l'acqua,
terzo a l'aria. Tanto che, secondo più raggioni e diverse,
conviene a diversi primieramente il mezzo; secondo la verità
e natura, l'uno elemento non è senza altro e non è
membro de la terra, dico di questo grande animale, ove non sieno
tutti quattro o almeno tre di essi.
\ BUR.\ Or venite presto alla conclusione.
\ FRAC.\ Quello che voglio conchiudere è questo: che il famoso
e volgare ordine de gli elementi e corpi mondani è un sogno
ed una vanissima fantasia, perché né per natura si
verifica, né per raggione si prova ed argumenta, né
per convenienza deve, né per potenza puote esser di tal maniera.
Resta, dunque, da sapere ch'è un infinito campo e spacio
continente, il qual comprende e penetra il tutto. In quello sono
infiniti corpi simili a questo, de quali l'uno non è più
in mezzo de l'universo che l'altro, perché questo è
infinito, e però senza centro e senza margine; benché
queste cose convegnano a ciascuno di questi mondi, che sono in esso
con quel modo ch'altre volte ho detto, e particolarmente quando
abbiamo dimostrato essere certi, determinati e definiti mezzi, quai
sono i soli, i fuochi, circa gli quali discorreno tutti gli pianeti,
le terre, le acqui, qualmente veggiamo circa questo a noi vicino
marciar questi sette erranti; e come quando abbiamo parimente dimostrato
che ciascuno di questi astri o questi mondi, voltandosi circa il
proprio centro, caggiona apparenza di un solido e continuo mondo
che rapisce tanti quanti si veggono ed essere possono astri, e verse
circa lui, come centro dell'universo. Di maniera che non è
un sol mondo, una sola terra, un solo sole; ma tanti son mondi,
quante veggiamo circa di noi lampade luminose, le quali non sono
più né meno in un cielo ed un loco ed un comprendente,
che questo mondo, in cui siamo noi, è in un comprendente,
luogo e cielo. Sì che il cielo, l'aria infinito, immenso,
benché sia parte de l'universo infinito, non è però
mondo, né parte di mondi; ma seno, ricetto e campo in cui
quelli sono, si muoveno, viveno, vegetano e poneno in effetto gli
atti de le loro vicissitudini, producono, pascono, ripascono e mantieneno
gli loro abitatori ed animali, e con certe disposizioni ed ordini
amministrano alla natura superiore, cangiando il volto di uno ente
in innumerabili suggetti. Sì che ciascuno di questi mondi
è un mezzo, verso il quale ciascuna de le sue parti concorre
e ove si puosa ogni cosa congenea; come le parti di questo astro,
da certa distanza e da ogni lato e circonstante regione, si rapportano
al suo continente. Onde, non avendo parte, che talmente effluisca
dal gran corpo che non refluisca di nuovo in quello, aviene che
sia eterno, benché sia dissolubile: quantunque la necessità
di tale eternità certo sia dall'estrinseco mantenitore e
providente, non da l'intrinseca e propria sufficienza, se non m'inganno.
Ma di questo con più particular raggione altre volte vi farò
intendere.
\ BUR.\ Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?
\ FRAC.\ Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente
peggio: perché è impossibile ch'un razionale ed alquanto
svegliato ingegno possa imaginarsi, che sieno privi di simili e
megliori abitanti mondi innumerabili, che si mostrano o cossì
o più magnifici di questo; i quali o son soli, o a' quali
il sole non meno diffonde gli divinissimi e fecondi raggi che non
meno argumentano felice il proprio soggetto e fonte, che rendeno
fortunati i circostanti partecipi di tal virtù diffusa. Son
quenque infiniti gl'innumerabili e principali membri de l'universo,
di medesimo volto, faccia, prorogativa, virtù ed effetto.
\ BUR.\ Non volete che tra altri ed altri vi sia differenza alcuna?
\ FRAC.\ Avete più volte udito che quelli son per sé
lucidi e caldi, nella composizion di quali predomina il fuoco; gli
altri risplendeno per altrui participazione, che son per sé
freddi ed oscuri; nella composizion de quali l'acqua predomina.
Dalla qual diversità e contrarietà depende l'ordine,
la simmetria, la complessione, la pace, la concordia, la composizione,
la vita. Di sorte che gli mondi son composti di contrarii; e gli
uni contrarii, come le terre, acqui, vivono e vegetano per gli altri
contrarii, come gli soli e fuochi. Il che, credo, intese quel sapiente
che disse Dio far pace ne gli contrarii sublimi, e quell'altro che
intese il tutto essere consistente per lite di concordi ed amor
di litiganti.
\ BUR.\ Con questo vostro dire volete ponere sotto sopra il mondo.
\ FRAC.\ Ti par che farrebe male un che volesse mettere.sotto sopra
il mondo rinversato?
\ BUR.\ Volete far vane tante fatiche, studii, sudori di fisici
auditi, de cieli e mondi, ove s'han lambiccato il cervello tanti
gran commentatori, parafrasti, glosatori, compendiarii, summisti,
scoliatori, traslatatori, questionarii, teoremisti? ove han poste
le sue basi e gittati i suoi fondamenti i dottori profondi, suttili,
aurati, magni, inespugnabili, irrefragabili, angelici, serafici,
cherubici e divini?
\ FRAC.\ Adde gli frangipetri, sassifragi, gli cornupeti e calcipotenti,
Adde gli profundivedi, palladii, olimpici, firmamentici, celesti
empirici, altitonanti.
\ BUR.\ Le deveremo tutti a vostra instanza mandarle in un cesso?
Certo, sarà ben governato il mondo, se saranno tolte via
e dispreggiate le speculazioni di tanti e sì degni filosofi!
\ FRAC.\ Non è cosa giusta che togliamo a gli asini le sue
lattuche, e voler che il gusto di questi sia simile al nostro. La
varietà d'ingegni ed intelletti non è minor che di
spirti e stomachi.
\ BUR.\ Volete che Platone sia uno ignorante, Aristotele sia un
asino, e quei che l'hanno seguitati, sieno insensati, stupidi e
fanatici?
\ FRAC.\ Figlol mio, non dico, che questi sieno gli pulledri e quelli
gli asini, questi le monine e quelli i scimioni, come voi volete
ch'io dica; ma, come vi dissi da principio, le stimo eroi de la
terra; ma che non voglio credergli senza causa, né admettergli
quelle proposizioni, de le quali le contradittorie, come possete
aver compreso, se non siete a fatto cieco e sordo, sono tanto espressamente
vere.
\ BUR.\ Or chi ne sarà giudice?
\ FRAC.\ Ogni regolato senso e svegliato giudizio, ogni persona
discreta e men pertinace, quando si conoscerà convitto ed
impotente a defendere le raggioni di quelli e resistere a le nostre.
\ BUR.\ Quando io non le saprò defendere, sarà per
difetto della mia insufficienza, non della lor dottrina; quando
voi, impugnandole, saprete conchiudere, non sarà per la verità
della dottrina, ma per le vostre sofistiche importunitadi.
\ FRAC.\ Io, se mi conoscesse ignorante de le cause, mi astenerei
da donar de le sentenze. S'io fusse talmente affetto come voi, mi
stimarei dotto per fede e non per scienza.
\ BUR.\ Se tu fussi meglio affetto, conoscereste che sei un asino
presuntuoso, sofista, perturbator delle buone lettere, carnefice
de gl'ingegni, amator delle novitadi, nemico de la verità,
suspetto d'eresia.
\ FIL.\ Sin ora costui ha mostrato d'aver poca dottrina, ora ne
vuol far conoscere che ha poca discrezione e non è dotato
di civilità.
\ ELP.\ Ha buona voce, e disputa più gargliardamente che
se fusse un frate di zoccoli. Burchio mio caro, io lodo molto la
constanza della tua fede. Da principio dicesti che, ancor che questo
fusse vero, non lo volevi credere.
\ BUR.\ Sì, più tosto voglio ignorar con molti illustri
e.dotti, che saper con pochi sofisti, quali stimo sieno questi amici.
\ FRAC.\ Malamente saprai far differenza tra dotti e sofisti, se
vogliamo credere a quel che dici. Non sono illustri e dotti quei
che ignorano; quei che sanno, non sono sofisti.
\ BUR.\ Io so che intendete quel che voglio dire.
\ ELP.\ Assai sarrebe se noi potessimo intendere quel che dite,
perché voi medesimo arrete gran fatica per intender quel
che volete dire.
\ BUR.\ Andate, andate, più dotti ch'Aristotele; via, via,
più divini che Platone, più profondi ch'Averroe, più
giudiciosi de sì gran numero de filosofi e teologi di tante
etadi e tante nazioni, che l'hanno commentati, admirati e messi
in cielo. Andate voi, che non so chi siete e d'onde uscite, e volete
presumere di opporvi al torrente di tanti gran dottori!
\ FRAC.\ Questa sarrebe la meglior di quante n'avete fatte, se fusse
una raggione.
\ BUR.\ Tu sareste più dotto ch'Aristotele, se non fussi
una bestia, un poveraccio, mendico, miserabile, nodrito di pane
di miglio, morto di fame, generato da un sarto, nato d'una lavandaria,
nipote a Cecco ciabattino, figol di Momo, postiglion de le puttane,
fratel di Lazaro che fa le scarpe a gli asini. Rimanete con cento
diavoli ancor voi, che non siete molto megliori che lui!
\ ELP.\ Di grazia, magnifico signore, non vi prendiate più
fastidio di venire a ritrovarne, e aspettate che noi vengamo a voi.
\ FRAC.\ Voler con più raggioni mostrar la veritade a simili,
è come se con più sorte di sapone e di lescìa
più volte se lavasse il capo a l'asino; ove non se profitta
più lavando cento che una volta, in mille che in un modo,
ove è tutto uno l'aver lavato e non l'avere.
\ FIL.\ Anzi, quel capo sempre sarà stimato più sordido
in fine del lavare che nel principio ed avanti: perché con
aggiongervi più e più d'acqua e di profumi, si vegnono
più e più a commovere i fumi di quel capo, e viene
a sentirsi quel puzzo che non si senteva altrimente; il quale sarà
tanto più fastidioso, quanto da liquori più aromatichi
vien risvegliato. - Noi abbiamo molto detto oggi; mi rallegro molto
della capacità di Fracastorio e del maturo vostro giudizio,
Elpino. Or, poi ch'avemo discorso circa l'essere, il numero e qualità
de gl'infiniti mondi, è bene che domani veggiamo, se vi son
raggioni contrarie, e quali sieno quelle.
\ ELP.\ Cossì sia.
\ FRAC.\ Adio.
Dialogo quarto
\ FIL.\ Non son dunque infiniti gli mondi di sorte con cui è
imaginato il composto di questa terra circondato da tante sfere,
de quali altre contegnano un astro, altre astri innumerabili: atteso
che il spacio è tale per quale possano discorrere tanti astri;
ciascuno di questi è tale, che può da per se stesso
e da principio intrinseco muoversi alla comunicazion di cose convenienti;
ognuno di essi è tanto ch'è sufficiente, capace e
degno d'esser stimato un mondo; non è di loro chi non abbia
efficace principio e modo di continuar e serbar la perpetua generazione
e vita d'innumerabili ed eccellenti individui. Conosciuto che sarà
che l'apparenza del moto mondano è caggionata dal vero moto
diurno della terra (il quale similmente si trova in astri simili)
non sarà raggione che ne costringa a stimar l'equidistanza
de le stelle, che il volgo intende in una ottava sfera come inchiodate
e fisse; e non sarà persuasione che ne impedisca di maniera,
che non conosciamo che de la distanza di quelle innumerabili sieno
differenze innumerabili di lunghezza di semidiametro. Comprenderemo,
che non son disposti gli orbi e sfere nell'universo, come vegnano
a comprendersi l'un l'altro, sempre oltre ed oltre essendo contenuto
il minore dal maggiore, per esempio, gli squogli in ciascuna cipolla;
ma che per l'etereo campo il caldo ed il freddo, diffuso da' corpi
principalmente tali, vegnano talmente a contemperarsi secondo diversi
gradi insieme, che si fanno prossimo principio di tante forme e
specie di ente.
\ ELP.\ Su, di grazia, vengasi presto alla risoluzion delle raggioni
di contrarii, e massime d'Aristotele, le quali son più celebrate
e più famose, stimate della sciocca moltitudine con le perfette
demostrazioni. Ed a fin che non paia che si lasce cosa a dietro,
io referirò tutte le raggioni e sentenze di questo povero
sofista, e voi una per una le considerarete.
\ FIL.\ Cossì si faccia.
\ ELP.\ È da vedere, dice egli nel primo libro del suo Cielo
e mondo, se estra questo mondo sia un altro.
\ FIL.\ Circa cotal questione sapete, che differentemente prende
egli il nome del mondo e noi; perché noi giongemo mondo a
mondo, come astro ad astro in questo spaciosissimo etereo seno,
come è condecente anco ch'abbiano inteso tutti quelli sapienti
ch'hanno stimati mondi innumerabili ed infiniti. Lui prende il nome
del mondo per un aggregato di questi disposti elementi e fantastici
orbi sino al convesso del primo mobile, che, di perfetta rotonda
figura formato, con rapidissimo tratto tutto rivolge, rivolgendosi
egli, circa il centro, verso il qual noi siamo. Però sarà
un vano e fanciullesco trattenimento, se vogliamo raggion per raggione
aver riguardo a cotal fantasia; ma sarà bene ed espediente
de resolvere le sue raggioni per quanto possono esser contrarie
al nostro senso, e non aver riguardo a ciò che non ne fa
guerra..
\ FRAC.\ Che diremo a color che ne rimproperasseno che noi disputiamo
su l'equivoco?
\ FIL.\ Diremo due cose: e che il difetto di ciò è
da colui ch'ha preso il mondo secondo impropria significazione,
formandosi un fantastico universo corporeo; e che le nostre risposte
non meno son valide supponendo il significato del mondo secondo
la imaginazione de gli aversarii che secondo la verità. Perché,
dove s'intendeno gli punti della circumferenza ultima di questo
mondo, di cui il mezzo è questa terra, si possono intendere
gli punti di altre terre innumerabili che sono oltre quella imaginata
circumferenza; essendo che vi sieno realmente, benché non
secondo la condizione imaginata da costoro; la qual, sia come si
vuole, non gionge o toglie punto a quel che fa al proposito della
quantità de l'universo e numero de mondi.
\ FRAC.\ Voi dite bene; séguita, Elpino.
\ ELP.\ "Ogni corpo", dice, "o si muove o si sta:
e questo moto e stato o è naturale, o è violento.
Oltre, ogni corpo, dove non sta per violenza, ma naturalmente, là
non si muove per violenza, ma per natura; e dove non si muove violentemente,
ivi naturalmente risiede: di sorte che tutto ciò che violentemente
è mosso verso sopra, naturalmente si muove verso al basso,
e per contra. Da questo s'inferisce, che non son più mondi,
quando consideraremo che, se la terra, la quale è fuor di
questo mondo, si muove al mezzo di questo mondo violentemente, la
terra, la quale è in questo mondo, si moverà al mezzo
di quello naturalmente; e se il suo moto dal mezzo di questo mondo
al mezzo di quello è violento, il suo moto dal mezzo di quel
mondo a questo sarà naturale. La causa di ciò è
che, se son più terre, bisogna dire, che la potenza de l'una
sia simile alla potenza de l'altra; come oltre, la potenza di quel
fuoco sarà simile alla potenza di questo. Altrimente le parti
di que' mondi saran simili alle parti di questo in nome solo, e
non in essere; e, per consequenza, quel mondo non sarà, ma
si chiamarà mondo, come questo. Oltre, tutti gli corpi che
son d'una natura ed una specie, hanno un moto; perché ogni
corpo naturalmente si muove in qualche maniera. Se, dunque, ivi
son terre, come è questa, e sono di medesima specie con questa,
arranno certo medesimo moto; come, per contra, se è medesimo
moto, sono medesimi elementi. Essendo cossì, necessariamente
la terra di quel mondo si moverrà alla terra di questo, il
fuoco di quello al fuoco di questo. Onde séguite oltre, che
la terra non meno naturalmente si muove ad alto che al basso, ed
il fuoco non meno al basso ch'a l'alto. Or, essendono tale cose
impossibili, deve essere una terra, un centro, un mezzo, un orizonte,
un mondo".
\ FIL.\ Contra questo diciamo, che in quel modo con cui in questo
universal spacio infinito la nostra terra versa circa questa regione
ed occupa questa parte, nel medesimo gli altri astri occupano le
sue parti e versano circa le sue regioni ne l'immenso campo. Ove,
come questa terra costa di suoi membri, ha le sue alterazioni ed
ha flusso e reflusso nelle sue parti (come accader veggiamo ne gli
animali, umori e parti, le quali sono in continua alterazione e
moto), cossì gli altri astri costano di suoi similmente affetti
membri. E sicome questo, naturalmente si movendo secondo tutta la
machina, non ha moto se non simile al circulare, con cui se svolge
circa il proprio centro e discorre intorno al sole; cossì
necessariamente quelli altri corpi che sono di medesima natura.
E non altrimente le parti sole di quelli, che per alcuni accidenti
sono allontanate dal suo loco (le quali però non denno esser
stimate parti principali o membri), naturalmente con proprio appulso
vi ritornano, che parti de l'arida ed acqua, che per azion del sole
e de la terra s'erano in forma d'exalazione e vapore allontanate
verso membri e regioni superiori di questo corpo, avendono riacquistata
la propria forma, vi ritornano. E cossì quelle parti oltre
certo termine non si discostano dal suo continente come queste;
come sarà manifesto quando vedremo la materia de le comete
non appartenere a questo globo. Cossì dunque, come le parti
di un animale, benché sieno di medesima specie con le parti
di un altro animale, nulla di meno, perché appartengono a
diversi individui, giamai quelle di questi (parlo de le principali
e lontane) hanno inclinazione al loco di quelle de gli altri: come
non sarà mai la mia mano conveniente al tuo braccio, la tua
testa al mio busto. Posti cotai fondamenti, diciamo veramente essere
similitudine tra tutti gli astri, tra tutti gli mondi, e medesima
raggione aver questa e le altre terre. Però non séguita
che dove è questo mondo debbano essere tutti gli altri, dove
è situata questa debbano essere situate l'altre; ma si può
bene inferire che, sicome questa consiste nel suo luogo, tutte l'altre
consistano nel suo: come non è bene che questa si muova al
luogo dell'altre, non è bene che l'altre si muovano al luogo
di questa: come questa è differente in materia ed altre circostanze
individuali da quelle, quelle sieno differenti da questa. Cossì
le parti di questo fuoco si muovono a questo fuoco come le parti
di quello a quello; cossì le parti di questa terra a questa
tutta, come le parti di quella terra a quella tutta. Cossì
le parti di quella terra che chiamiamo luna, con le sue acqui, contra
natura e violentemente si moverebono a questa, come si moverebono
le parti di questa a quella. Quella naturalmente versa nel suo loco,
ed ottiene la sua regione che è ivi; questa è naturalmente
nella sua regione quivi; e cossì se riferiscono le parti
sue a quella terra, come le sue a questa; cossì intendi de
le parti di quelle acqui e di que' fochi. Il giù e loco inferiore
di questa terra non è alcun punto della regione eterea fuori
ed extra di lei (come accade alle parti fatte fuori della propria
sfera, se questo aviene), ma è nel centro de la sua mole
o rotundità o gravità. Cossì il giù
di quella terra non è alcun luogo extra di quella, ma è
il suo proprio mezzo, il proprio suo centro. Il su di questa terra
è tutto quel ch'è nella sua circumferenza ed estra
la sua circumferenza; però cossì violentemente le
parti di quella si muoveno extra la sua circumferenza e naturalmente
s'accoglieno verso il suo centro, come le parti di questa violentemente
si diparteno e naturalmente tornano verso il proprio mezzo. Ecco
come si prende la vera similitudine tra.queste e quell'altre terre.
\ ELP.\ Molto ben dite che, sicome è cosa inconveniente ed
impossibile che l'uno di questi animali si muova e dimore dove è
l'altro, e non abbia la propria sussistenza individuale con il proprio
loco e circostanze; cossì è inconvenientissimo che
le parti di questo abbiano inclinazione e moto attuale al luogo
de le parti di quello.
\ FIL.\ Intendete bene de le parti che son veramente parti. Perché,
quanto appartiene alli primi corpi indivisibili, de quali originalmente
è composto il tutto, è da credere che per l'immenso
spacio hanno certa vicissitudine, con cui altrove influiscano ed
affluiscano altronde. E questi, se pur per providenza divina, secondo
l'atto, non costituiscano nuovi corpi e dissolvano gli antichi,
almeno hanno tal facultà. Perché veramente gli corpi
mondani sono dissolubili; ma può essere che o da virtù
intrinseca o estrinseca sieno eternamente persistenti medesimi,
per aver tale tanto influsso, quale e quanto hanno efflusso di atomi;
e cossì perseverino medesimi in numero, come noi, che nella
sustanza corporale similmente, giorno per giorno, ora per ora, momento
per momento, ne rinuoviamo per l'attrazione e digestione che facciamo
da tutte le parti del corpo.
\ ELP.\ Di questo ne parlaremo altre volte. Quanto al presente,
mi satisfate molto ancora per quel ch'avete notato, che cossì
ogni altra terra s'intenderebe violentemente montare a questa, se
si movesse a questo loco, come questa violentemente montarebbe se
a qualsivoglia di quelle si movesse. Perché, come da ogni
parte di questa terra verso la circonferenza o ultima superficie,
e verso l'orizonte emisferico dell'etere andando, si procede come
in alto; cossì da ogni parte della superfice de altre terre
verso questa se intende ascenso: atteso che cossì questa
terra è circonferenziale a quelle come quelle a questa. Approvo
che, benché quelle terre sieno di medesima natura con questa,
non per ciò séguite che si referiscano al medesimo
centro a fatto; perché cossì il centro d'un'altra
terra non è centro di questa e la circonferenza sua non è
circonferenza di costei, come l'anima mia non è vostra; la
gravità mia e di mie parti non è corpo e gravità
vostra; benché tutti cotai corpi, gravitadi ed anime univocamente
si dicano, e sieno di medesima specie.
\ FIL.\ Bene. Ma non per questo vorrei che v'imaginaste che, se
le parti di quella terra appropinquassero a questa terra, non sarebbe
possibile che medesimamente avessero appulso a questo continente,
come se le parti di questa s'avicinassero a quella; benché
ordinariamente il simile non veggiamo accadere ne gli animali e
diversi individui de le specie di questi corpi, se non quanto l'uno
si nutrisce ed aumenta per l'altro e l'uno si trasmuta ne l'altro.
\ ELP.\ Sta bene. Ma che dirrai, se tutta quella sfera fusse tanto
vicina a questa quanto accade che da lei s'allontanino le sue parti
che hanno attitudine di rivenire al suo continente?
\ FIL.\ Posto che le parti notabili de la terra si facciano fuori
de la circonferenza de la terra, circa la quale è.detto esser
l'aria puro e terso, facilmente concedo che da quel loco possano
rivenir cotai parti come naturalmente al suo loco; ma non già
venir tutta un'altra sfera, né naturalmente descendere le
parti di quella, ma più tosto violentemente ascendere; come
le parti di questa non naturalmente descenderebono a quella, ma
per violenza ascenderebono. Perché a tutti gli mondi l'estrinseco
della sua circonferenza è il su, e l'intrinseco centro è
il giù, e la raggione del mezzo a cui le loro parti naturalmente
tendeno, non si toglie da fuori, ma da dentro di quelli; come hanno
ignorato coloro, che fingendo certa margine e vanamente definendo
l'universo, hanno stimato medesimo il mezzo e centro del mondo e
di questa terra. Del che il contrario è conchiuso, famoso
e concesso appresso gli matematici di nostri tempi; che hanno trovato
che dall'imaginata circonferenza del mondo non è equidistante
il centro de la terra. Lascio gli altri più savi, che, avendo
capito il moto de la terra, hanno trovato, non solamente per raggioni
proprie alla lor arte, ma etiam per qualche raggion naturale, che
del mondo ed universo che col senso de gli occhi possiamo comprendere,
più raggionevolmente, e senza incorrere inconvenienti, e
con formar teoria più accomodata e giusta, applicabile al
moto più regolare de gli detti erroni circa il mezzo, doviamo
intendere la terra essere tanto lontana dal mezzo quanto il sole.
Onde facilmente con gli loro principii medesimi han modo di scuoprir
a poco a poco la vanità di quel che si dice della gravità
di questo corpo, e differenza di questo loco da gli altri, dell'equidistanza
di mondi innumerabili, che veggiamo da questo oltre gli detti pianeti,
del rapidissimo moto più tosto di tutti quei circa quest'uno,
che della versione di quest'uno a l'aspetto di que' tutti; e potranno
dovenir suspetti almeno sopra altri sollennissimi inconvenienti
che son suppositi nella volgar filosofia. Or, per venire al proposito
onde siamo partiti, torno a dire che né tutto l'uno né
parte de l'uno sarrebe atto a muoversi verso il mezzo de l'altro,
quantunque un altro astro fusse vicinissimo a questo, di sorte che
il spacio o punto della circonferenza di quello si toccasse col
punto o spacio della circonferenza di questo.
\ ELP.\ Di questo il contrario ha disposto la provida natura, perché,
se ciò fusse, un corpo contrario destruggerebe l'altro; il
freddo e umido s'ucciderebono col caldo e secco: de quali, però
a certa e conveniente distanza disposti, l'uno vive e vegeta per
l'altro. Oltre, un corpo simile impedirebe l'altro dalla comunicazione
e partecipazione del conveniente che dona al dissimile e dal dissimile
riceve; come ne dechiarano tal volta non mediocri danni ch'alla
fragilità nostra apportano le interposizioni di un'altra
terra, che chiamiamo luna, tra questa e il sole. Or che sarrebe
se la fusse più vicina alla terra, e più notabilmente
a lungo ne privasse di quel caldo e vital lume?
\ FIL.\ Dite bene. Seguitate ora il proposito d'Aristotele.
\ ELP.\ Apporta appresso una finta risposta; la quale dice, che
per questa raggione un corpo non si muove a l'altro,.perché
quanto è rimosso da l'altro per distanza locale, tanto viene
ad essere di natura diverso. E contra questo dice lui, che la distanza
maggiore e minore non è potente a far che la natura sia altra
ed altra.
\ FIL.\ Questo, inteso come si deve intendere, è verissimo.
Ma noi abbiamo altro modo di rispondere, ed apportiamo altra raggione,
per cui una terra non si muova a l'altra, o vicina o lontana che
la sia.
\ ELP.\ La ho intesa. Ma pur mi par oltre vero quello che è
da credere che volesser dir gli antichi, che un corpo per maggior
lontananza acquista minor attitudine (che loro chiamorno proprietà
e natura per il lor frequente modo di parlare); perché le
parti, alle quali è soggetto molto aria, son meno potenti
a dividere il mezzo e venire al basso.
\ FIL.\ È certo ed assai esperimentato nelle parti de la
terra, che, da certo termine del loro recesso e lontananza, ritornar
sogliono al suo continente; a cui tanto più s'affrettano
quanto più s'avicinano. Ma noi parliamo ora delle parti d'un'altra
terra.
\ ELP.\ Or, essendo simile terra a terra, parte a parte, che credi,
se fussero vicine? non sarrebe ugual potenza tanto alle parti de
l'altra di andar a l'una e l'altra terra, e per consequenza ascendere
e descendere?
\ FIL.\ Posto uno inconveniente (se è inconveniente), che
impedisce che se ne pona un altro consequente? Ma, lasciando questo,
dico che le parti, essendo in equal raggione e distanza di diverse
terre, o rimagnono, o se determinano un loco a cui vadano, a rispetto
di quello si diranno descendere, ed ascendere a rispetto de l'altro
da cui s'allontanano.
\ ELP.\ Pure chi sa che le parti di un corpo principale si muovano
ad un altro corpo principale, benché simile in specie? Perché
appare che le parti e membri di un uomo non possono quadrare e convenire
ad un altr'uomo.
\ FIL.\ È vero principale e primariamente; ma accessoria
e secondariamente accade il contrario. Perché abbiamo visto
per esperienza che della carne d'un altro s'attacca al loco ove
era un naso di costui; e ne confidiamo di far succedere l'orecchio
d'un altro ove era l'orecchio di costui, facilissimamente.
\ ELP.\ Questa chirugia non dev'esser volgare.
\ FIL.\ Non sia.
\ ELP.\ Torno al punto di voler sapere: se accadesse che una pietra
fusse in mezzo a l'aria in punto equidistante da due terre, in che
modo doviamo credere che rimanesse fissa? ed in che modo si determinarebbe
ad andar più presto all'uno ch'all'altro continente?
30 \ FIL.\ Dico che la pietra, per la sua figura, non riguardando
più l'uno che l'altro, e l'uno e l'altro avendo equal relazione
alla pietra, ed essendo a punto medesimamente affetti a quella,
dal dubio della resoluzione ed equal raggione a doi termini oppositi
accaderebe che si rimagna, non potendosi risolvere d'andar più
tosto a l'uno ch'a l'altro, de quali questo non rapisce più
che quello, ed essa non ha maggior appulso a questo che a quello.
Ma, se l'uno gli è più congeneo e connaturale, e gli
è più o simile o atto a conservarla, se determinarà
per il più corto camino rettamente di rapportarsi a quello.
Perché lo principal principio motivo non è la propria
sfera e proprio continente, ma l'appetito di conservarsi: come veggiamo
la fiamma serpere per terra, ed inchinarsi, e ramenarsi al basso
per andare al più vicino loco in cui inescare e nodrirsi
possa; e lasciarà d'andar verso il sole, al quale, senza
discrime d'intiepidirse per il camino, non se inària.
\ ELP.\ Che dici di quel che soggionge Aristotele, che le parti
e congenei corpi, quantunque distanti sieno, si muoveno pure al
suo tutto e suo consimile?
\ FIL.\ Chi non vede, ch'è contra ogni raggione e senso,
considerato quel ch'abbiamo poco fa detto? Certo, le parti fuor
del proprio globo si muoveranno al propinquo simile, ancor che quello
non sia il suo primario e principal continente; e talvolta a altro,
che lo conserve e nodrisca, benché non simile in specie;
perché il principio intrinseco impulsivo non procede dalla
relazione ch'abbia a loco determinato, certo punto e propria sfera,
ma da l'appulso naturale di cercar ove meglio e più prontamente
ha da mantenersi e conservarsi nell'esser presente; il quale, quantunque
ignobil sia, tutte le cose naturalmente desiderano. Come massime
desiderano vivere quegli uomini, e massime temeno il morire coloro
che non han lume di filosofia vera, e non apprendeno altro essere
ch'il presente, e pensano che non possa succedere altro che appartenga
a essi. Perché non son pervenuti ad intendere che il principio
vitale non consiste ne gli accidenti che resultano dalla composizione,
ma in individua ed indissolubile sustanza, nella quale, se non è
perturbazione, non conviene desiderio di conservarsi, né
timore di sperdersi; ma questo è conveniente a gli composti,
cioè secondo raggione simmetrica, complessionale, accidentale.
Perché né la spiritual sustanza, che s'intende unire,
né la materiale, che s'intende unita, possono esser suggette
ad alterazione alcuna o passione, e per consequenza non cercano
di conservarsi, e però a tai sustanze non convien moto alcuno,
ma a le composte. Tal dottrina sarà compresa, quando si saprà
ch'esser grave o lieve non conviene a' mondi, né a parte
di quelli; perché queste differenze non sono naturalmente,
ma positiva e rispettivamente. Oltre, da quel ch'abbiamo altre volte
considerato, cioè che l'universo non ha margine, non ha estremo,
ma è inmenso ed infinito, aviene che a gli corpi principali
a riguardo di qualche mezzo o estremo, non possono determinarsi
a moversi rettamente, perché da tutt'i canti fuor della sua
circumferenza hanno ugual e medesimo rispetto: però non hanno
altro moto retto che di proprie parti, non a riguardo d'altro mezzo
e centro che del proprio intiero, continente e perfetto. Ma di questo
considerarò al suo proposito e loco. Venendo dunque al punto,
dico: che, secondo gli suoi medesimi principii, non potrà
verificar questo filosofo che corpo, quantunque lontano, abbia attitudine
di rivenire al suo continente o simile, se lui intende le comete
di materia terrestre; e tal materia, quale in forma di exalazione
è montata in alto all'incentiva region del foco; le quali
parti sono inetti a descendere al basso; ma, rapite dal vigor del
primo mobile, circuiscono la terra, e pure non sono di quinta essenza,
ma corpi terrestri gravissimi, spessi e densi. Come chiaro si argumenta
da l'apparenza in sì lungo intervallo e lunga esistenza che
fanno al grave e vigoroso incendio del foco: che tal volta perseverano
oltre un mese a bruggiare, come per quarantacinque giorni continui
a' tempi nostri n'è vista una. Or, se per la distanza non
si destrugge la raggion de la gravità, per che caggione tal
corpo non solo non viene al basso, né si sta fermo, ma oltre
circuisce la terra? Se dice che non circuisce per sé, ma
per essere rapito; insisterò oltre, che cossì anco
ciascuno di suoi cieli ed astri (li quali non vuol che sieno gravi,
né lievi, né di simil materia) son rapiti. Lascio
che il moto di questi corpi par proprio a essi, perché non
è mai conforme al diurno, né a quei d'altri astri.
La raggione è ottima per convencer costoro da suoi medesimi
principii. Perché della verità della natura di comete
ne parleremo, facendo propria considerazione di quelle, dove mostraremo
e che tali accensioni non son dalla sfera del foco, perché
verrebono da ogni parti accese, atteso che secondo tutta la circunferenza
o superficie de la sua mole sono contenute nell'aria attrito dal
caldo, come essi dicono, o pur sfera del fuoco: ma sempre vedemo
l'accensione essere da una parte; conchiuderemo le dette comete
esser specie di astro, come bene dissero ed intesero gli antichi;
ed essere tale astro che, col proprio moto avicinandosi ed allontanandosi
verso e da questo astro per raggione di accesso e recesso, prima
par che cresca, come si accendesse, e poi manca, come s'estinguesse:
e non si muove circa la terra; ma il suo moto proprio è quello,
che è oltre il diurno proprio alla terra, la quale, rivolgendosi
con il proprio dorso, viene a fare orienti ed occidenti tutti que'
lumi che sono fuor della sua circonferenza. E non è possibile
che quel corpo terrestre e sì grande possa da sì liquido
aere e sottil corpo che non resiste al tutto, esser rapito, e mantenuto,
contra sua natura, sospeso; il cui moto, se fusse vero, sarrebe
solamente conforme a quel del primo mobile, dal quale è rapito,
e non imitarebe il moto di pianeti; onde ora è giudicato
di natura di Mercurio, ora della luna, ora di Saturno, or de gli
altri. Ma, e di questo altre volte, a suo proposito, si parlarà.
Basta ora averne detto sin tanto che baste per argumento contra
costui, che dalla propinquità e lontananza non vuole che
s'inferisca maggior e minor facultà del moto, che lui chiama
proprio e naturale, contra la verità. La quale non permette
possa dirse proprio e naturale ad un suggetto in tal disposizione,
nella quale mai gli può convenire; e però, se le parti
da oltre certa distanza mai se muoveno al continente, non si deve
dire che tal moto sia naturale a quelle.
\ ELP.\ Ben conosce chi ben considera che costui avea principii
tutti contrarii alli principii veri della natura. Replica appresso
che, "se il moto di corpi semplice è naturale a essi,
averrà che gli corpi semplici, che sono in molti mondi, e
sono di medesima specie, si muovano o al medesimo mezzo o al medesimo
estremo".
\ FIL.\ Questo è quello che lui non potrà giamai provare,
cioè che si debbano muovere al medesimo loro particulare
ed individuale. Perché da quel, che gli corpi son di medesima
specie, s'inferisce che a quelli si convegna luogo di medesima specie
e mezzo de medesima specie, ch'è il centro proprio; e non
si deve né può inferire che richiedano loco medesimo
di numero.
\ ELP.\ È stato lui alcunamente presago di questa risposta;
e però da tutto il suo vano sforzo caccia questo, che vuol
provare la differenza numerale non esser causa della diversità
de luoghi.
\ FIL.\ Generalmente veggiamo tutto il contrario. Pur dite, come
il prova?
\ ELP.\ Dice che, se la diversità numerale di corpi dovesse
esser caggione della diversità di luoghi, bisognarebbe che
delle parti di questa terra diverse in numero e gravità ciascuna
nel medesimo mondo avesse il proprio mezzo. Il che è impossibile
ed inconveniente, atteso che secondo il numero de gl'individui de
parti de la terra sarrebe il numero de mezzi.
\ FIL.\ Or considerate, che mendica persuasione è questa.
Considerate, se per tanto vi potrete mover punto dalla opinion contraria,
o più tosto confirmarvi in quella. Chi dubita che non sia
inconveniente dire uno essere il mezzo di tutta la mole, e del corpo
ed animale intiero, a cui e verso cui si referiscono, accoglieno,
e per cui si uniscano ed hanno base tutte le parti; e posserno essere
positivamente innumerabili mezzi, secondo che della innumerabile
moltitudine de le parti, in ciascuna possiamo cercare o prendere
o supponere il mezzo? Nell'uomo uno è semplicemente il mezzo,
che si dice il core; e poi molti sono altri mezzi, secondo la moltitudine
de le parti, de quali il core ha il suo mezzo, il pulmone il suo,
l'epate il suo, il capo, il braccio, la mano, il piede, questo osso,
questa vena, questo articolo e queste particelle che constituiscono
cotai membri ed hanno particular e determinato sito, tanto nel primo
e generale, ch'è tutto individuo, quanto nel prossimo e particular,
ch'è tutto questo o quell'altro membro de l'individuo.
\ ELP.\ Considerate che lui si può intendere, che non voglie
dir semplicemente, perché ciascuna parte abbia il mezzo;
ma che abbia il mezzo a cui si muova.
\ FIL.\ Al fine tutto va ad uno: perché nell'animale non
si richiede che tutte le parti vadano al mezzo e centro; perché
questo è impossibile ed inconveniente, ma che si referiscano
a quello per la unione de le parti e constituzion del tutto. Perché
la vita e consistenza delle cose dividue non si vede in altro che
nella debita unione de le parti, le quali sempre s'intendeno aver
quel termine che medesimo si prende per mezzo e centro. Però,
per la constituzion del tutto intiero, le parti si riferiscono ad
un sol mezzo; per la constituzion di ciascun membro, le particole
di ciascuno si referiscono al mezzo particular di ciascuno, a fin
che l'epate consista per l'union de le sue parti: cossì il
pulmone, il capo, l'orecchio, l'occhio ed altri. Ecco, dunque, come
non solamente non è inconveniente, ma naturalissimo, e che
sieno molti mezzi secondo la raggione di molte parti e particole
de le parti, se gli piace; perché di questi d'uno è
constituito, sussistente e consistente per la consistenza, sussistenza
e constituzione de l'altri. Certo, si sdegna l'intelletto su le
considerazioni sopra frascarie tali, quali apporta questo filosofo.
\ ELP.\ Questo si deve patire per la riputazione, ch'ha guadagnato
costui, più per non esser inteso che per altro. Ma pur, di
grazia, considerate un poco quanto questo galantuomo si compiacque
in questo argumentaccio. Vedete che, quasi trionfando, soggionge
queste paroli: "Se, dunque, il contradicente non potrà
contradire a questi sermoni e raggioni, necessariamente è
uno mezzo ed uno orizonte".
\ FIL.\ Dice molto bene. Seguitate.
\ ELP.\ Appresso prova, che gli moti semplici son finiti e determinati;
perché quel che disse, che il mondo è uno e gli moti
semplici hanno proprio loco, era fondato sopra di questo. Dice dunque
cossì: "Ogni mobile si muove da un certo termine ad
un certo termine: e sempre è differenza specifica tra il
termino onde, ed il termino ove, essendo ogni mutazion finita; tali
sono morbo e sanità, picciolezza grandezza, qua llà;
perché quel che si sana, non tende ove si voglia, ma alla
sanità. Non son dunque il moto della terra e del foco in
infinito, ma a certi termini diversi da que' luoghi, da quai si
muoveno; perché il moto ad alto non è moto al basso:
e questi doi luoghi son gli orizonti de moti. Ecco, come è
determinato il moto retto. Non meno determinato è il moto
circulare; perché da certo a certo termine, da contrario
a contrario, è ancor quello, se vogliamo considerar la diversità
del moto, la quale è nel diametro del circolo; perché
il moto di tutto il circolo a fatto non ha contrario (perché
non si termina ad altro punto che a quello da cui cominciò),
ma nelle parti della revoluzione, quando questa è presa da
uno estremo del diametro all'altro opposito".
\ FIL.\ Questo, che il moto è determinato e finito secondo
tali raggioni, non è chi lo neghi o ne dubiti; ma è
falso che sia semplicemente determinato alto e determinato basso,
come altre volte abbiamo detto e provato. Perché, indifferentemente,
ogni cosa si muove o qua o là, ovunque sia il luogo della
sua conservazione. E diciamo (ancor supponendo gli principii d'Aristotele
ed altri simili) che, se infra la terra fusse altro corpo, le parti
della terra violentemente vi rimarrebono, ed indi naturalmente montarebono.
E non negarà Aristotele, che, se le parti del fuoco fussero
sopra la sua sfera (come, per esempio, ove intendeno il cielo o
cupola di Mercurio), descenderebono naturalmente. Vedete dunque,
quanto bene naturalmente determinino su e giù, grave e lieve,
dopo ch'arrete considerato che tutti corpi, ovunque sieno e dovunque
si muovano, ritegnono e cercano al possibile il loco della conservazione.
Tuttavia, quantunque sia vero che ogni cosa si muove per gli suoi
mezzi, da' suoi ed a' suoi termini, ed ogni moto, o circulare o
retto, è determinato da opposito in opposito; da questo non
séguita che l'universo sia finito di grandezza, né
che il mondo sia uno; e non si distrugge che sia infinito il moto
semplicemente di qualsivoglia atto particolare, per cui quel spirto,
come vogliam dire, che fa ed incorre a questa composizione, unione
e vivificazione, può essere e sarà sempre in altre
ed altre infinite. Può dunque stare, che ogni moto sia finito
(parlando del moto presente, non absoluta e semplicemente di ciascun
particulare, ed in tutto) e che infiniti mondi sieno: atteso che,
come ciascuno de gl'infiniti mondi è finito ed ha regione
finita, cossì a ciascuno di quei convegnono prescritti termini
del moto suo e de sue parti.
\ ELP.\ Voi dite bene; e con questo, senza che séguite inconveniente
alcuno contra di noi, né cosa che sia in favor di quelle
che lui vuol provare, è apportato quel "segno",
che lui soggionge a mostrar, "che il moto non sia in infinito,
perché la terra ed il fuoco quanto più s'accostano
alla sua sfera, tanto più velocemente si muoveno; e però,
se il moto fusse in infinito, la velocità, levità
e gravità verrebe ad essere in infinito".
\ FIL.\ Buon pro gli faccia.
\ FRAC.\ Sì. Ma questo mi par il gioco de le bagattelle;
perché, se gli atomi hanno moto infinito per la succession
locale che a tempi a tempi fanno, or avendo efflusso da questo,
or influsso in quello, or giungendosi a questa, or a quella composizione,
or concorrendo in questa, or in quella figurazione per il spacio
inmenso dell'universo; verranno per certo ad avere infinito moto
locale, discorrere per infinito spacio e concorrere ad infinite
alternazioni. Per questo non séguita ch'abbiano infinita
gravità, levità o velocità.
\ FIL.\ Lasciamo da parte il moto delle prime parti ed elementi,
e consideriamo solamente de le parti prossime e determinate a certa
specie di ente, cioè di sustanza: come de le parti de la
terra, che son pur terra. Di queste veramente si dice, che in quei
mondi che sono, ed in quelle regioni dove versano, in quella forma
che ottegnono, non si muoveno se non da certo a certo termine. E
da questo non più séguita questa conclusione: dunque
l'universo è finito ed il mondo è uno, - che quest'altra:
dunque le scimie nascono senza coda, dunque i gufi veggono la notte
senza occhiali, dunque i pipistrelli fanno lana. Oltre, di queste
parti intendendo, giamai si potrà far tale illazione: l'universo
è infinito, son terre infinite; dunque puotrà una
parte di terra continuamente muoversi in infinito, e deve aver ad
una terra infinitamente distante appulso infinito e gravità
infinita. E questo per due caggioni: de quali l'una è, che
non si può dar questo transito, perché, constando
l'universo di corpi e principii contrarii non potrebbe tal parte
molto discorrere per l'eterea regione, che non venesse ad esser
vinta dal contrario e dovenir a tale che non più si muova
quella terra; perché quella sustanza non è più
terra, avendo, per vittoria del contrario, cangiato complessione
e volto. L'altra, che generalmente veggiamo che tanto manca, che
mai da distanza infinita possa esser impeto di gravità o
levità, come dicono, che tal appulso de parti non può
essere se non infra la regione del proprio continente; le quali,
se fussero estra quella, non più vi si muoverebono, che gli
fluidi umori (quali ne l'animale si muoveno da parti esterne all'interne,
superiori ed inferiori, secondo tutte differenze, montando e bassando,
rimovendosi da questa a quella e da quella a questa parte), messi
fuori del proprio continente ancor contigui a quello, perdeno tal
forza ed appulso naturale. Vale dunque per tanto spacio tal relazione,
quanto vien misurato per il semediametro dal centro di tal particular
regione alla sua circonferenza, dove circa questa è la minima
gravità, e circa quello la massima; e nel mezzo, secondo
gli gradi della propinquità circa l'uno o l'altra, la viene
ad esser maggior e minore; come appare nella presente demostrazione,
in cui A significa il centro de la regione, dove, parlando comunmente,
la pietra non è grave né lieve; B significa la circonferenza
della regione, dove parimente non sarà grave né lieve,
e rimarrà quieta (onde appare ancora la coincidenza del massimo
e minimo, quale è dimostrata in fine del libro De principio,
causa ed uno); 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, significano le differenze
di spaci tramezanti:
B 9 né grave, né lieve.
8 minimo grave, levissimo.
7 assai men grave, assai più lieve.
6 meno grave, più lieve.
5 grave, lieve.
4 più grave, men lieve.
3 assai più grave, assai men lieve.
2 gravissimo, minimo lieve.
A 1 né grave, né lieve.
Or vedete oltre quanto manca ch'una terra debba muoversi a l'altra,
che anco le parti di ciascuna, messe fuor della propria circonferenza,
non hanno tale appulso.
\ ELP.\ Volete che sia determinata questa circonferenza?
\ FIL.\ Sì, quanto alla massima gravità, che potesse
esser nella massima parte; o se pur ti piace (perché tutto
il globo non è grave né lieve), in tutta la terra.
Ma quanto alle differenze mezzane de gravi e lievi, che dico si
denno prendere tanto diverse differenze, quanto diversi possono
essere gli pondi di diverse parti che son comprese tra il massimo
e minimo grave.
\ ELP.\ Discretamente, dunque, si deve intendere questa scala.
\ FIL.\ Ogniuno ch'ha ingegno, potrà da per sé intendere
il come. Or quanto alle referite raggioni d'Aristotele, assai è
detto. Veggiamo adesso, se oltre nelle seguenti apporta qualche
cosa.
\ ELP.\ Di grazia contentatevi che di questo ne parliamo nel seguente
giorno; perché sono aspettato dall'Albertino, che è
disposto di venir qua a ritrovarvi domani. Dal qual credo, che potrete
udir tutte le più gagliarde raggioni che per l'opinion contraria
possono apportarsi, per esser egli assai prattico nella commune
filosofia.
\ FIL.\ Sia con vostra commodità.
Dialogo quinto
Albertino, nuovo interlocutore.
\ ALB.\ Vorrei sapere che fantasma, che inaudito mostro, che uomo
eteroclito, che cervello estraordinario è questo; quai novelle
costui di nuovo porta al mondo; o pur che cose absolete e vecchie
vegnono a rinuovarsi, che amputate radici vegnono a repullular in
questa nostra etade.
\ ELP.\ Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che
rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo
lume che, dopo lunga notte, spunta all'orizonte ed emisfero della
nostra cognizione ed a poco a poco s'avicina al meridiano della
nostra intelligenza.
\ ALB.\ S'io non conoscesse Elpino, so che direi.
\ ELP.\ Dite pur quel che vi piace; ché, se voi avete ingegno,
come io credo averlo, gli consentirete come io gli consento; se
l'avete megliore, gli consentirete più tosto e meglio, come
credo che sarà. Atteso che quelli a' quali è difficile
la volgar filosofia ed ordinaria scienza, e sono ancor discepoli
e mal versati in quella (ancor che non si stimino tali, per quel
che sovente esser suole), non sarà facile che si convertano
al nostro parere; perché in cotali può più
la fede universale, ed in essi massime la fama de gli autori che
gli son stati messi per le mani, trionfa; per il che admirano la
riputazion di espositori e commentatori di quelli. Ma gli altri
a' quali la detta filosofia è aperta e che son gionti a quel
termine, onde non son più occupati a spendere il rimanente
della lor vita ad intendere quel ch'altri dica, ma hanno proprio
lume ed occhi de l'intelletto vero agente, penetrano ogni ricetto,
e qual'Argi, con gli occhi de diverse cognizioni, la possono contemplar
per mille porte ignuda; potranno, facendosi più appresso,
distinguere tra quel che si crede e s'ha per concesso e vero, per
mirar da lontano per forza di consuetudine e senso generale, e quel
che veramente è, e deve aversi per certo, come constante
nella verità e sustanza de le cose. Malamente, dico, potranno
approvar questa filosofia color che o non hanno buona felicità
d'ingegno naturale, o pur non sono esperti, almeno mediocremente,
in diverse facultadi, e non son potenti sì fattamente nell'atto
reflesso de l'intelletto che sappiano far differenza da quello ch'è
fondato su la fede, a ciò che è stabilito su l'evidenza
di veri principii; perché tal cosa comunmente s'ha per principio
che, ben considerata, si trovarà conclusione impossibile
e contra natura. Lascio quelli sordidi e mercenarii ingegni che,
poco e niente solleciti circa la verità, si contentano saper
secondo che comunmente è stimato il sapere; amici poco di
vera sapienza, bramosi di fama e riputazion di quella; vaghi d'apparire,
poco curiosi d'essere. Malamente, dico, potrà eligere tra
diverse opinioni e talvolta contradittorie sentenze chi non ha sodo
e retto giudizio circa quelle. Difficilmente varrà giudicare
chi non è potente a far comparazione tra queste e quelle,
l'una e l'altra. A gran pena potrà comparar le diverse insieme
chi non capisce la differenza che le distingue. Assai malagevole
è comprendere in che differiscano e come siano altre queste
da quelle, essendo occolta la sustanza di ciascuna e l'essere. Questo
non potrà giamai essere evidente, se non è aperto
per le sue cause e principii ne gli quali ha fondamento. Dopo, dunque,
che arrete mirato con l'occhio de l'intelletto e considerato col
regolato senso gli fondamenti, principii e cause, dove son piantate
queste diverse e contrarie filosofie, veduto qual sia la natura,
sustanza e proprietà di ciascuna, contrapesato con la lance
intellettuale e visto qual differenza sia tra l'une e l'altre, fatta
comparazion tra queste e quelle e rettamente giudicato, senza esitar
punto farete elezion di consentire al vero.
\ ALB.\ Contra le opinioni vane e stolte esser sollecito è
cosa da vano e stolto, dice il principe Aristotele.
\ ELP.\ Assai ben detto. Ma, se ben guardate, questa sentenza e
conseglio verrà a pratticarsi contra le sue opinioni medesime,
quando saranno apertamente stolte e vane. Chi vuol perfettamente
giudicare, come ho detto, deve saper spogliarsi dalla consuetudine
di credere; deve l'una e l'altra contradittoria esistimare equalmente
possibile, e dismettere a fatto quella affezione di cui è
imbibito da natività: tanto quella che ne presenta alla conversazion
generale, quanto l'altra per cui mediante la filosofia rinascemo,
morendo al volgo, tra gli studiosi stimati sapienti dalla moltitudine
ed in un tempo. Voglio dire, quando accade controversia tra questi
ed altri stimati savii da altre moltitudini ed altri tempi, se vogliamo
rettamente giudicare, doviamo richiamare a mente quel che dice il
medesimo Aristotele, che, per aver riguardo a poche cose, talvolta
facilmente gittamo sentenze; ed oltre, che l'opinione talvolta per
forza di consuetudine sì fattamente s'impadronisce del nostro
consentimento che tal cosa ne par necessaria, ch'è impossibile;
tal cosa scorgemo ed apprendiamo per impossibile, ch'è verissima
e necessaria. E se questo accade nelle cose per sé manifeste,
che deve essere in quelle che son dubie ed hanno dependenza da ben
posti principii e saldati fondamenti?
\ ALB.\ È opinione del commentatore Averroe ed altri molti,
che non si può sapere quel tanto ch'ha ignorato Aristotele.
\ ELP.\ Questo con tal moltitudine era situato con l'ingegno sì
al basso, ed erano in sì spesse tenebre, che il più
alto e più chiaro che vedevano, gli era Aristotele. Però
se costui ed altri, quando si lascian cascar simil sentenza, volessero
più castigatamente parlare, direbono Aristotele esser un
Dio, secondo il lor parere; onde non tanto vegnano a magnificar
Aristotele, quanto ad esplicar la propria dapoccagine; perché
non altrimente questo è secondo il lor parere, che, secondo
il parer della scimia, le più belle creature del mondo son
gli sui figli ed il più vago maschio de la terra è
il suo scimione.
\ ALB.\ Parturient montes...
\ ELP.\ Vedrete che non è sorgio quel che nasce.
\ ALB.\ Molti hanno balestrato e machinato contra.Aristotele; ma
son cascati i castegli, son spuntate le frecce e gli son rotti gli
archi.
\ ELP.\ Che fia, se una vanità guerreggia contra l'altra?
L'una è potente contra tutte; non per questo perde l'esser
vanità; ed al fine non potrà esser discoperta e vinta
dal vero?
\ ALB.\ Dico che è impossibile di contradir demostrativamente
ad Aristotele.
\ ELP.\ Questo è un troppo precipitoso dire.
\ ALB.\ Io non lo dico, se non dopo aver veduto bene ed assai meglio
considerato quanto dice Aristotele. Ed in quello tanto manca ch'io
vi trove errore alcuno, che niente vi scorgo che non sappia de divinità;
e credo che altro non si possa accorgere di quel ch'io non ho possuto
accorgermi.
\ ELP.\ Dunque misurate il stomaco e cervello altrui secondo il
vostro, e credette non esser possibile ad altri quel ch'è
impossibile a voi. Sono al mondo alcuni tanto infortunati ed infelici
che, oltre che son privi d'ogni bene, hanno per decreto del fato
per compagna eterna tale Erinni ed infernal furia, che li fa volontariamente
con l'atro velo di corrosiva invidia appannarsi gli occhi per non
veder la sua nudità, povertà e miseria, e l'altrui
ornamenti, ricchezze e felicitadi: voglion più tosto in sporca
e superba penuria intisichire, e sotto il lettame di pertinace ignoranza
star sepolti, ch'esser veduti conversi a nuova disciplina, parendogli
di confessar d'esser stato sin allora ignorante ed aver un tal per
guida.
\ ALB.\ Volete dunque, verbi gratia, che mi faccia discepolo di
costui? io che son dottore approvato da mille academie, e che ho
essercitata publica profession de filosofie nelle prime academie
del mondo, vegna ora a rinegar Aristotele e mi faccia insegnar filosofia
da simili?
\ ELP.\ Io per me, non come dottore, ma come indotto, vorrei essere
insegnato; non come quello che dovrei essere, ma come quello che
non sono, vorrei imparare; accettarei per maestro non sol costui,
ma qualsivogli' altro che gli dei hanno ordinato che mi sia, perché
gli fanno intendere quel ch'io non intendo.
\ ALB.\ Dunque mi volete far ripuerascere?
\ ELP.\ Anzi dispuerascere.
\ ALB.\ Gran mercé alla vostra cortesia, poi che pretendete
d'avanzarmi e pormi in exaltazione con farmi auditore di questo
travagliato, ch'ogniun sa quanto sia odiato nell'academie quando
è aversario delle dottrine comuni, lodato da pochi, approvato
da nessuno, perseguitato da tutti.
\ ELP.\ Da tutti sì, ma tali e quali; da pochi sì,
ma ottimi ed eroi. Aversario de dottrine comuni, non per esser dottrine
o per esser comuni, ma perché false. Dall'academie odiato,
perché, dov'è dissimilitudine, non è amore;
travagliato, perché la moltitudine è contraria a chi
si fa fuor di quella; e chi si pone in alto, si fa versaglio a molti.
E per descrivervi l'animo suo, quanto al fatto del trattar cose
speculative, vi dico che non è tanto curioso d'insegnare,
quanto d'intendere; e che lui udirà meglior nova e prenderà
maggior piacere, quando sentirà che vogliate insegnarlo (pur
ch'abbia speranza de l'effetto), che se gli diceste che volete essere
insegnato da lui; perché il suo desio consiste più
in imparare che in insegnare, e si stima più atto a quello
ch'a questo. Ma, eccolo a punto insieme con Fracastorio.
\ ALB.\ Siate il molto ben venuto, Filoteo.
\ FIL.\ E voi il ben trovato.
\ ALB.\
S'a la foresta fieno e paglia rumino
Col bue, monton, becco, asino e cavallo,
Or, per far meglior vita, senza fallo,
Qua me ne vegno a farmi catecumino.
\ FRAC.\ Siate il ben venuto.
\ ALB.\ Tanto sin al presente ho fatta stima de le vostre posizioni,
che le ho credute indegne di essere udite, non che di risposta.
\ FIL.\ Similmente giudicavo ne' miei primi anni, quando ero occupato
in Aristotele, sino a certo termine. Ora, dopo ch'ho più
visto e considerato e con più maturo discorso debbo posser
far giudizio de le cose, potrà essere ch'io abbia desimparato
e perso il cervello. Or, perché questa è una infirmità
la quale nessun meno la sente che l'amalato istesso, io più
tosto mosso da una suspizione, promosso dalla dottrina all'ignoranza,
molto son contento d'essere incorso in un medico tale, il qual è
stimato sufficiente da tutti di liberarmi da tal mania.
\ ALB.\
Nol può far la natura, io far nol posso,
S'il male è penetrato in sin a l'osso.
\ FRAC.\ Di grazia, signor, toccategli prima il polso e vedete l'urina;
perché appresso, se non possiamo effettuar la cura, staremo
sul giudizio.
\ ALB.\ La forma di toccar il polso è di veder come potrete
risolvere ed estricar da alcuni argomenti, ch'or ora vi farò
udire, quali necessariamente conchiudeno la impossibilità
di più mondi; tanto manca, che gli mondi sieno infiniti.
\ FIL.\ Non vi sarò poco ubligato quando m'arrete insegnato
questo; e quantunque il vostro intento non riesca, vi sarò
pur debitore per quel, che mi verrete a confirmar nel mio parere.
Perché, certo, vi stimo tale che per voi mi potrò
accorgere di tutta la forza del contrario; e come quello che siete
espertissimo nelle ordinarie scienze, facilmente vi potrete avedere
del vigor de' fondamenti ed edificii di quelle, per la differenza
ch'hanno da nostri principii. Or perché non accada interrozione
di raggionamenti, e ciascuno a bel agio possa esplicarsi tutto,
piacciavi di apportar tutte quelle raggioni che stimate più
salde e principali e che vi paiono demostrativamente conchiudere.
\ ALB.\ Cossì farò. Prima, dunque, da quel, che estra
questo mondo non s'intende essere loco né tempo, perché
se dice un primo cielo e primo corpo, il quale è distantissimo
da noi e primo mobile; onde abbiamo per consuetudine di chiamar
cielo quello che è sommo orizonte del mondo, dove sono tutte
le cose immobili, fisse e quiete, che son le intelligenze motrici
de gli orbi. Ancora, dividendo il mondo in corpo celeste ed elementare,
si pone questo terminato e contenuto, quello terminante e continente:
ed è tal ordine de l'universo che, montando da corpo più
crasso a più sottile quello che è sopra il convesso
del fuoco, in cui sono affissi il sole, la luna ed altre stelle,
è una quinta essenza; a cui conviene e che non vada in infinito,
perché sarrebe impossibile di giongere al primo mobile; e
che non si repliche l'occorso d'altri elementi, sì perché
questi verrebono ad essere circonferenziali, sì anco perché
il corpo incorrottibile e divino verrebe contenuto e compreso da
gli corrottibili. Il che è inconveniente: perché a
quello ch'è divino, conviene la raggion di forma ed atto,
e per conseguenza di comprendente, figurante, terminante; non modo
di terminata, compresa e figurata materia. Appresso, argomento cossì
con Aristotele: "se fuor di questo cielo è corpo alcuno,
o sarà corpo semplice, o sarà corpo composto";
ed in qualsivoglia modo che tu dica, dimando oltre, o vi è
come in loco naturale, o come in loco accidentale e violento. Mostramo
che ivi non è corpo semplice; perché non è
possibile che corpo sferico si cange di loco; perché, come
è impossibile che muti il centro, cossì non è
possibile che cange il sito: atteso che non può esser se
non per violenza estra il proprio sito; e violenza non può
essere in lui, tanto attiva- quanto passivamente. Similmente non
è possibile che fuor del cielo sia corpo semplice mobile
di moto retto: o sia grave o sia lieve, non vi potrà essere
naturalmente, atteso che gli luoghi di questi corpi semplici sono
altri dai luoghi, che si dicono fuor del mondo. Né potrete
dir che vi sia per accidente; perché averrebe, che altri
corpi vi sieno per natura. Or, essendo provato, che non sono corpi
semplici oltre quei che vegnano alla composizion di questo mondo,
che son mobili secondo tre specie di moto locale, è consequente
che fuor del mondo non sia altro corpo semplice. Se cossì
è, è anco impossibile, che vi sia composto alcuno;
perché questo di quelli si fa ed in quelli si risolve. Cossì
è cosa manifesta che non son molti mondi, perché il
cielo è unico, perfetto e compito, a cui non è, né
può essere altro simile. Indi s'inferisce, che fuor di questo
corpo non può essere loco né pieno né vacuo,
né tempo. Non vi è loco; perché, se questo
sarà pieno, contenerà corpo o semplice o composto:
e noi abbiamo detto che fuor del cielo non v'è corpo né
semplice né composto. Se sarà vacuo, allora, secondo
la raggion del vacuo (che si definisce spacio, in cui può
esser corpo), vi potrà essere; e noi abbiamo mostrato che
fuor del cielo non può esser corpo. Non vi è tempo;
perché il tempo è numero di moto; il moto non è
se non di corpo; però dove non è corpo, non è
moto, non v'è numero, né misura di moto; dove non
è questa, non è tempo. Poi abbiam provato, che fuor
del mondo non è corpo, e per consequenza per noi è
dimostrato non esservi moto, né tempo. Se cossì è,
non vi è temporeo né mobile: e per consequenza, il
mondo è uno.
Secondo, principalmente dall'unità del motore s'inferisce
l'unità del mondo. È cosa concessa, che il moto circulare
è veramente uno, uniforme, senza principio e fine. S'è
uno, è uno effetto, il quale non può essere da altro
che da una causa. Se, dunque, è uno il cielo primo, sotto
il quale son tutti gl'inferiori, che conspirano tutti in un ordine,
bisogna che sia unico il governante e motore. Questo essendo inmateriale,
non è moltiplicabile di numero per la materia. Se il motore
è uno, e da un motore non è se non un moto, ed un
moto (o sia complesso o incomplesso) non è se non in un mobile,
o semplice o composto, rimane che l'universo mobile è uno.
Dunque, non son più mondi.
Terzo, principalmente da luoghi de corpi mobili si conchiude ch'il
mondo è uno. Tre sono le specie di corpi mobili: grave in
generale, lieve in generale e neutro; cioè terra ed acqua,
aria e fuoco, e cielo. Cossì gli luoghi de mobili son tre:
infimo e mezzo, dove va il corpo gravissimo; supremo massime discosto
da quello; e mezzano tra l'infimo e il supremo. Il primo è
grave, il secondo è né grave né lieve, il terzo
è lieve. Il primo appartiene al centro, il secondo alla circonferenza,
il terzo al spacio ch'è tra questa e quello. È, dunque,
un luogo inferiore a cui si muoveno tutti gli gravi, sieno in qualsivoglia
mondo; è un superiore a cui si referiscono tutti i lievi
da qualsivoglia mondo; dunque, è un luogo in cui si verse
il cielo, di qualunque mondo il sia. Or se è un loco, è
un mondo, non son più mondi.
Quarto, dico che sieno più mezzi ai quali si muovano gli
gravi de diversi mondi, sieno più orizonti a gli quali si
muova il lieve; e questi luoghi de diversi mondi non differiscano
in specie, ma solamente di numero. Averrà allora che il mezzo
dal mezzo sarà più distante ch'il mezzo da l'orizonte;
ma il mezzo e mezzo convegnono in specie; il mezzo ed orizonte son
contrarii. Dunque, sarà più distanza locale tra quei
che convegnono in specie che tra gli contrarii. Questo è
contra la natura di tali oppositi; perché quando si dice
che gli contrarii primi son massimamente discosti, questo massime
s'intende per distanza locale, la qual deve essere ne gli contrarii
sensibili. Vedete, dunque, che séguita supponendosi, che
sieno più mondi. Per tanto tale ipotesi non è solamente
falsa, ma ancora impossibile.
Quinto, se son più mondi simili in specie, deveranno essere
o equali o pur (ché tutto viene ad uno, per quanto appartiene
al proposito) proporzionali in quantità; se cossì
è, non potranno più che sei mondi essere contigui
a questo: perché, senza penetrazion di corpi, cossì
non più che sei sfere possono essere contigue a una, come
non più che sei circoli equali, senza intersezione de linee,
possono toccare un altro. Essendo cossì, accaderà
che più orizonti in tanti punti (ne li quali sei mondi esteriori
toccano questo nostro mondo o altro) saranno circa un sol mezzo.
Ma, essendo che la virtù de doi primi contrarii deve essere
uguale e da questo modo di ponere ne séguite inequalità,
verrete a far gli elementi superiori più potenti che gl'inferiori,
farrete quelli vittoriosi sopra questi e verrete a dissolvere questa
mole..
Sesto, essendo che gli circoli de mondi non si toccano se non in
punto, bisogna necessariamente che rimagna spacio tra il convesso
del circolo di una sfera e l'altra; nel qual spacio o vi è
qualcosa che empia, o niente. Se vi è qualche cosa, certo
non può essere di natura d'elemento distante dal convesso
de la circonferenza, perché, come si vede, cotal spacio è
triangulare, terminato da tre linee arcuali che son parti della
circonferenza di tre mondi; e però il mezzo viene ad esser
più lontano dalle parti più vicine a gli angoli, e
lontanissimo da quelli, come apertissimo si vede. Bisogna, dunque,
fingere novi elementi e novo mondo, per empir quel spacio, diversi
dalla natura di questi elementi e mondo. Over è necessario
di ponere il vacuo, il quale supponemo impossibile.
Settimo, se son più mondi, o son finiti o son infiniti. Se
sono infiniti, dunque si trova l'infinito in atto: il che con molte
raggioni è stimato impossibile. Se sono finiti, bisogna che
sieno in qualche determinato numero: e sopra di questo andaremo
investigando perché son tanti, e non son più né
meno; perché non ve n'è ancor un altro, che vi fa
questo o quell'altro di più; se son pari o impari; perché
più tosto de l'una che de l'altra differenza; o pur perché
tutta quella materia che è divisa in più mondi, non
s'è agglobata in un mondo, essendo che la unità è
meglior che moltitudine, trovandosi l'altre cose pari; perché
la materia è divisa in quattro o sei o diece terre, non è
più tosto globo grande, perfetto e singulare. Come, dunque,
de il possibile ed impossibile si trova il numero finito più
presto che infinito, cossì tra il conveniente e disconveniente,
è più raggionevole e secondo la natura l'unità
che la moltitudine o pluralità.
Settimo, in tutte le cose veggiamo la natura fermarsi in compendio;
perché, come non è difettuosa in cose necessarie,
cossì non abonda in cose soverchie. Possendo dunque essa
ponere in effetto il tutto per quell'opre che son in questo mondo,
non è raggione ancor che si voglia fengere che sieno altri.
Ottavo, se fussero mondi infiniti o più che uno, massime
sarebbono per questo, che Dio può farle o pur da Dio possono
dependere. Ma quantunque questo sia verissimo per tanto non séguita
che sieno: perché, oltre la potenza attiva di Dio, se richiede
la potenza passiva de le cose. Perché dalla absoluta potenza
divina non dipende quel tanto che può esser fatto nella natura;
atteso che non ogni potenza attiva si converte in passiva, ma quella
sola la quale ha paziente proporzionato, cioè soggetto tale,
che possa ricevere tutto l'atto dell'efficiente. Ed in cotal modo
non ha corrispondenza cosa alcuna causata alla prima causa. Per
quanto, dunque, appartiene alla natura del mondo, non possono essere
più che uno, benché Dio ne possa far più che
uno.
Nono, è cosa fuor di raggione la pluralità di mondi,
perché in quelli non sarrebe bontà civile, la quale
consiste nella civile conversazione; e non arrebono fatto bene gli
dei creatori de diversi mondi di non far che gli cittadini di.quelli
avessero reciproco commercio.
Decimo, con la pluralità di mondi viene a caggionarsi impedimento
nel lavoro di ciascun motore o dio; perché essendo necessario
che le sfere si toccano in punto, averrà che l'uno non si
potrà muovere contra de l'altro, e sarà cosa difficile
che il mondo sia governato da gli dei per il moto.
Undecimo, da uno non può provenire pluralità d'individui
se non per tal atto per cui la natura si moltiplica per division
della materia; e questo non è altro atto che di generazione.
Questo dice Aristotele con tutt'i peripatetici. Non si fa moltitudine
d'individui sotto una specie, se non per l'atto della generazione.
Ma quelli che dicono più mondi di medesima materia e forma
in specie, non dicono che l'uno si converte nell'altro né
si genere dell'altro.
Duodecimo, al perfetto non si fa addizione. Se dunque questo mondo
è perfetto, certamente non richiede ch'altro se gli aggionga.
Il mondo è perfetto prima come specie di continuo che non
si termina ad altra specie di continuo; perché il punto indivisibile
matematicamente corre in linea, che è una specie di continuo;
la linea in superficie, che è la seconda specie di continuo;
la superficie in corpo, che è la terza specie di continuo.
Il corpo non migra o discorre in altra specie di continuo; ma, se
è parte dell'universo, si termina ad altro corpo; se è
universo, è perfetto e non si termina se non da se medesimo.
Dunque, il mondo ed universo è uno, se deve essere perfetto.
- Queste sono le dodici raggioni, le quali voglio per ora aver prodotte.
Se voi mi satisfarrete in queste, voglio tenermi satisfatto in tutte.
\ FIL.\ Bisogna, Albertin mio, che uno che si propone a defendere
una conclusione, prima, se non è al tutto pazzo, abbia essaminate
le contrarie raggioni; come sciocco sarrebe un soldato che prendesse
assunto de difendere una rocca, senza aver considerato le circonstanze
e luoghi onde quella può essere assalita. Le raggioni che
voi apportate (se pur son raggioni), sono assai communi e repetite
più volte da molti. Alle quali tutte sarà efficacissimamente
risposto, solo con aver considerato il fondamento di quelle da un
canto, e dall'altro il modo della nostra asserzione. L'uno e l'altro
vi sarà chiaro per l'ordine che terrò nel rispondere;
il quale consisterà in breve paroli, perché, se altro
bisognarà dire ed esplicare, io vi lasciarò al pensiero
di Elpino, il quale vi replicarà quello che ha udito da me.
\ ALB.\ Fate prima che io mi accorga che ciò possa essere
con qualche frutto e non senza satisfazione d'un che desidera sapere;
ché certo non mi rincrescerà d'udir prima voi, e poi
lui.
\ FIL.\ A gli uomini savii e giudiciosi, tra' quali vi connumero,
basta sol mostrare il loco della considerazione; perché da
per essi medesimi poi profondano sul giudicio de gli mezzi per quali
si discende all'una e l'altra contradittoria o contraria posizione.
Quanto al primo dubio, dunque, diciamo, che tutta quella machina
va per terra, posto che non sono quelle distinzioni di orbi e cieli,
e che gli astri in questo spacio inmenso etereo si muoveno da principio
intrinseco e circa il proprio centro e circa qualch'altro mezzo.
Non è primo mobile che rapisca realmente tanti corpi circa
questo mezzo; ma più presto questo uno globo causa l'apparenza
di cotal rapto. E le raggioni di questo ve le dirà Elpino.
\ ALB.\ Le udirò volentiera.
\ FIL.\ Quando udirete e concepirete che quel dire è contra
natura, e questo è secondo ogni raggione, senso e natural
verificazione, non direte oltre essere una margine, uno ultimo del
corpo e moto dell'universo; e che non è che una vana fantasia
l'esistimare che sia tal primo mobile, tal cielo supremo e continente,
più tosto che un seno generale, in cui non altrimente subsidano
gli altri mondi che questo globo terrestre in questo spacio, dove
vien circondato da questo aria, senza che sia inchiodato ed affisso
in qualch'altro corpo ed abbia altra base ch'il proprio centro.
E se si vedrà che questo non si può provare d'altra
condizione e natura, per non mostrar altri accidenti da quei che
mostrano gli astri circonstanti, non deve esser stimato più
tosto lui in mezzo dell'universo che ciascuno di quelli, e lui più
tosto apparir esser circuito da quelli che quelli da lui; onde al
fine, conchiudendosi tale indifferenza di natura, si conchiuda la
vanità de gli orbi deferenti, la virtù dell'anima
motrice e natura interna essagitatrice di questi globi, la indifferenza
de l'ampio spacio dell'universo, la irrazionalità della margine
e figura esterna di quello.
\ ALB.\ Cose in vero che non repugnano alla natura, possono aver
maggior convenienza; ma son de difficilissima prova e richiedeno
grandissimo ingegno per estricarse dal contrario senso e raggioni.
\ FIL.\ Trovato che sarà il capo, facilissimamente si sbrogliarà
tutto l'intrico. Perché la difficultà procede da un
modo e da uno inconveniente supposto: e questo è la gravità
della terra, la immobilità di quella, la posizione del primo
mobile con altri sette, otto o nove o più, nelli quali sono
piantati, ingravati, inpiastrati, inchiodati, annodati, incollati,
sculpiti o depinti gli astri; e non residenti in uno medesimo spacio
con questo astro che è la terra nominata da noi, la quale
udirete non essere di regione, di figura, di natura più né
meno elementare che tutti gli altri, meno mobile da principio intrinseco
che ciascuno di quegli altri animanti divini.
\ ALB.\ Certo, entrato che mi sarà nel capo questo pensiero,
facilmente succederanno gli altri tutti che voi mi proponete: arrete
insieme insieme tolte le radici d'una e piantate quelle d'una altra
filosofia.
\ FIL.\ Cossì dispreggiarete per raggione oltre prendere
quel senso comune, con cui volgarmente si dice un sommo orizonte,
altissimo e nobilissimo, confine alle sustanze divine inmobili e
motrici di questi finti orbi; ma confessarete almeno essere equalmente
credibile, che cossì come questa terra è un animale
mobile e convertibile da principio intrinseco, sieno quelli altri
tutti medesimamente, e non mobili secondo il moto e delazione d'un
corpo, che non ha tenacità né resistenza alcuna, più
raro e più sottile che esser possa questo aria in cui spiriamo.
Considerarete questo dire consistere in pura fantasia e non potersi
demostrare al senso; ed il nostro essere secondo ogni regolato senso
e ben fondata raggione. Affirmarete non essere più verisimile
che le sfere imaginate di concava e convessa superficie sieno mosse
e seco amenino le stelle, che vero e conforme al nostro intelletto
e convenienza naturale che, senza temere di cascare infinito al
basso o montare ad alto (atteso che nell'immenso spacio non è
differenza di alto, basso, destro, sinistro, avanti ed addietro),
gli uni circa e verso gli altri facciano gli lor circoli, per la
raggione della lor vita e consistenza nel modo che udirete nel suo
loco. Vedrete come estra questa imaginata circonferenza di cielo
possa essere corpo semplice o composto, mobile di moto retto; perché,
come di moto retto si muoveno le parti di questo globo, cossì
possono muoversi le parti de gli altri e niente meno; perché
non è fatto e composto d'altro questo che gli altri circa
questo e circa gli altri; non appare meno questo aggirarsi circa
gli altri che gli altri circa questo.
\ ALB.\ Ora più che mai mi accorgo che picciolissimo errore
nel principio causa massima differenza e discrime de errore in fine;
uno e semplice inconveniente a poco a poco se moltiplica ramificandosi
in infiniti altri, come da picciola radice machine grandi e rami
innumerabili. Per mia vita, Filoteo, io son molto bramoso che questo
che mi proponi, da te mi vegna provato, e da quel che lo stimo degno
e verisimile, mi sia aperto come vero.
\ FIL.\ Farrò quanto mi permetterà l'occasion del
tempo, rimettendo molte cose al vostro giudizio, le quali sin ora
non per incapacità, ma per inadvertenza vi sono state occolte.
\ ALB.\ Dite pur per modo d'articolo e di conclusione il tutto,
perché so che prima che voi entraste in questo parere, avete
possuto molto bene essaminare le forze del contrario; essendo che
son certo, che non meno a voi che a me sono aperti gli secreti della
filosofia commune. Seguitate.
\ FIL.\ Non bisogna dunque cercare, se estra il cielo sia loco,
vacuo o tempo; perché uno è il loco generale, uno
il spacio inmenso che chiamar possiamo liberamente vacuo; in cui
sono innumerabili ed infiniti globi, come vi è questo in
cui vivemo e vegetamo noi. Cotal spacio lo diciamo infinito, perché
non è raggione, convenienza, possibilità, senso o
natura che debba finirlo: in esso sono infiniti mondi simili a questo,
e non differenti in geno da questo; perché non è raggione
né difetto di facultà naturale, dico tanto potenza
passiva quanto attiva, per la quale, come in questo spacio circa
noi ne sono, medesimamente non ne sieno in tutto l'altro spacio
che di natura non è differente ed altro da questo.
\ ALB.\ Se quel ch'avete prima detto, è vero (come sin ora
non è men verisimile che 'l suo contradittorio), questo è
necessario.
\ FIL.\ Estra, dunque, l'imaginata circonferenza e convesso del
mondo è tempo, perché vi è la misura e raggione
di moto, perché vi sono de simili corpi mobili. E questo
sia parte supposto, parte proposto circa quello ch'avete detto come
per prima raggione dell'unità del mondo.
Quanto a quello che secondariamente dicevate, vi dico che veramente
è un primo e prencipe motore, ma non talmente primo e prencipe
che, per certa scala, per il secondo, terzo ed altri da quello si
possa discendere, numerando, al mezzano ed ultimo: atteso che tali
motori non sono, né possono essere; perché dove è
numero infinito, ivi non è grado né ordine numerale,
benché sia in grado ed ordine secondo la raggione e dignità
o de diverse specie e geni, o de diverse gradi in medesimo geno
e medesima specie. Sono dunque, infiniti motori, cossì come
sono anime infinite di queste infinite sfere, le quali, perché
sono forme ed atti intrinseci, in rispetto de quali tutti è
un prencipe da cui tutti dipendono, è un primo il quale dona
la virtù della motività a gli spirti, anime, dei,
numi, motori, e dona la mobilità alla materia, al corpo,
all'animato, alla natura inferiore, al mobile. Son, dunque, infiniti
mobili e motori, li quali tutti se riducono a un principio passivo
ed un principio attivo, come ogni numero se reduce all'unità;
e l'infinito numero e l'unità coincideno, ed il summo agente
e potente fare il tutto con il possibile esser fatto il tutto coincideno
in uno, come è mostrato nel fine del libro Della causa, principio
ed uno. In numero dunque e moltitudine è infinito mobile
ed infinito movente; ma nell'unità e singularità è
infinito immobile motore, infinito immobile universo; e questo infinito
numero e magnitudine e quella infinita unità e semplicità
coincideno in uno semplicissimo ed individuo principio, vero, ente.
Cossì non è un primo mobile, al quale con certo ordine
succeda il secondo, in sino l'ultimo, o pur in infinito; ma tutti
gli mobili sono equalmente prossimi e lontani al primo e dal primo
ed universal motore. Come, logicamente parlando, tutte le specie
hanno equal raggione al medesimo geno, tutti gli individui alla
medesima specie; cossì da un motore universale infinito,
in un spacio infinito, è un moto universale infinito da cui
dependono infiniti mobili e infiniti motori, de quali ciascuno è
finito di mole ed efficacia.
Quanto al terzo argumento, dico che nell'etereo campo non è
qualche determinato punto, a cui, come al mezzo, si muovano le cose
gravi, e da cui, come verso la circonferenza, se discostano le cose
lievi; perché nell'universo non è mezzo né
circonferenza, ma, se vuoi, in tutto è mezzo ed in ogni punto
si può prendere parte di qualche circonferenza a rispetto
di qualche altro mezzo o centro. Or quanto a noi, respettivamente
si dice grave quello che dalla circonferenza di questo globo si
muove verso il mezzo; lieve quello che secondo il contrario modo
verso il contrario sito; e vedremo che niente è grave, che
medesimo non sia lieve; perché tutte le parti de la terra
successivamente si cangiano di sito, luogo e temperamento, mentre
per longo corso di secoli non è parte centrale che non si
faccia circonferenziale, né parte circonferenziale che non
si faccia del centro o verso quello. Vedremo che gravità
e levità non è altro che appulso de le parti de corpi
al proprio continente e conservante, ovunque il sia; però
non sono differenze situali che tirano a sé tali parti, né
che le mandano da sé, ma è il desio di conservarsi,
il quale spenge ogni cosa come principio intrinseco, e, se non gli
obsta impedimento alcuno, la perduce ove meglio fugga il contrario
e s'aggionga al conveniente. Cossì, dunque, non meno dalla
circonferenza della luna ed altri mondi, simili a questo in specie
o in geno, verso il mezzo del globo vanno ad unirsi le parti come
per forza di gravità; e verso la circonferenza se diportano
le parti assottigliate come per forza di levità. E non è
perché fuggano la circonferenza o si appiglino alla circonferenza;
perché, se questo fusse, quanto più a quella s'avicinano,
più velocemente e rapidamente vi correrebono; e quanto più
da quella s'allontanano, più fortemente si aventarebono al
contrario sito. Del che il contrario veggiamo, atteso che, se mosse
saranno oltre la region terrestre, rimarranno librate ne l'aria
e non montaranno in alto né descenderanno al basso sin tanto
che o acquistano per apposizion di parti o per inspessazione dal
freddo gravità maggiore, per cui dividendo l'aria sottoposto
rivegnano al suo continente, over dissolute dal caldo e attenuate,
si dispergano in atomi.
\ ALB.\ O quanto mi sederà nell'animo questo, quando più
pianamente m'arrete fatto vedere la indifferenza de gli astri da
questo globo terrestre!
\ FIL.\ Questo facilmente vi potrà replicare Elpino nel modo
con cui l'ha possuto udire da me. E lui vi farà più
distintamente udire come grave e lieve non è corpo alcuno
a rispetto della region dell'universo, ma delle parti a rispetto
del suo tutto, proprio continente o conservante. Perché quelli,
per desiderio di conservarsi nell'esser presente, si moveno ad ogni
differenza locale, si astrengeno insieme, come fanno i mari e gocce,
e se disgregano, come fanno tutt'i liquori della faccia del sole
o altri fuochi. Perché ogni moto naturale, che è da
principio instrinseco, non è se non per fuggir il disconveniente
e contrario e seguitare l'amico e conveniente. Però niente
si muove dal suo loco, se non discacciato dal contrario; niente
nel suo loco è grave né lieve; ma la terra, sullevata
all'aria, mentre si forza al suo loco, è grave e si sente
grave. Cossì l'acqua, suspesa a l'aria, è grave; non
è grave nel proprio loco. Però a gli sommersi tutta
l'acqua non è grave, e picciolo vase pieno d'acqua sopra
l'aria, fuor della superficie dell'arida, aggrava. Il capo al proprio
busto non è grave, ma il capo d'un altro sarà grave,
se ne sarà sopraposto; la raggion del che è il non
essere nel suo loco naturale. Se, dunque, gravità e levità
è appulso al loco conservante e fuga dal contrario, niente,
naturalmente constituito, è lieve: e niente ha gravità
o levità molto discosto dal proprio conservante, e molto
rimosso dal contrario, sin che non senta l'utile dell'uno e la noia
dell'altro; ma se, sentendo la noia dell'uno, despera ed è
perplesso ed irresoluto del contrario, a quello viene ad esser vinto.
\ ALB.\ Promettete, ed in gran parte ponete in effetto, gran cose.
\ FIL.\ Per non recitar due volte il medesimo, commetto ad Elpino,
che vi dica il restante.
\ ALB.\ Mi par intender tutto, perché un dubio eccita l'altro,
una verità dimostra l'altra: ed io comincio ad intendere
più che non posso esplicare; e sin ora molte cose avevo per
certe, che comincio a tenerle per dubie. Onde mi sento a poco a
poco facile a potervi consentire.
\ FIL.\ Quando m'arrete pienamente inteso, pienamente mi consentirete.
Ma, per ora, ritenete questo; o almeno non siate risoluto, come
vi mostravate, nel contrario parere, come eravate prima che vi si
ponesse in controversia. Perché a poco a poco e per diverse
occasioni verremo ad esplicar pienamente tutto che può fare
al proposito; il qual depende da più principii e cause, perché,
come un errore s'aggionge a l'altro, cossì a una discoperta
verità succede l'altra.
Circa il quarto argumento, diceamo che, quantunque sieno tanti mezzi,
quanti sono individui, di globi, di sfere, di mondi, non per questo
séguita che le parti di ciascuno si referiscano ad altro
mezzo che al proprio, né s'allontanino verso altra circonferenza
che della propria regione. Cossì le parti di questa terra
non remirano altro centro né vanno ad unirsi ad altro globo
che questo, come li umori e parti de gli animali hanno flusso e
reflusso nel proprio supposito, e non hanno appartenenza ad altro
distinto di numero.
Quanto a quello che apportate per inconveniente, cioè che
il mezzo che conviene in specie con l'altro mezzo, verrà
ad essere più distante da quello che il mezzo e la circonferenza,
che sono contrarii naturalmente, e però sono e denno essere
massime discosti; vi rispondo, prima, che li contrarii non denno
essere massime discosti, ma tanto che l'uno possa aver azione nell'altro
e possa esser paziente dall'altro: come veggiamo esser disposto
il sole a noi prossimo in rispetto de le sue terre che son circa
quello; atteso che l'ordine della natura apporta questo, che l'uno
contrario sussista, viva e si nutrisca per l'altro, mentre l'uno
viene affetto, alterato, vinto e si converte nell'altro.
Oltre, poco fa abbiamo discorso con Elpino della disposizione di
quattro elementi, li quali tutti concorreno alla composizione di
ciascun globo, come parti de quali l'una è insita dentro
l'altra e l'una è mista con l'altra; e non sono distinti
e diversi, come contenuto e continente, perché, ovunque è
l'arida, vi è l'acqua, l'aria ed il fuoco, o aperto o latente;
e che la distinzione, che facciamo di globi, de quali altri sono
fuochi, come il sole, altri sono acqui, come la luna e terra, procede
non da questo, che costano di semplice elemento, ma da quel, che
quello.predomina in tale composizione.
Oltre è falsissimo, che li contrarii massime sieno discosti;
perché in tutte le cose questi vegnono naturalmente congionti
ed uniti; e l'universo, tanto secondo le parti principali, quanto
secondo le altre conseguenti, non consiste se non per tal congionzione
ed unione; atteso che non è parte di terra che non abbia
in sé unitissima l'acqua, senza la quale non ha densità,
unione d'atomi e solidità. Oltre, qual corpo terrestre è
tanto spesso che non abbia gli suoi insensibili pori, li quali,
se non vi fussero, non sarrebono tai corpi divisibili e penetrabili
dal foco o dal calor di quello, che pur è cosa sensibile
che si parte da tal sustanza? Ove, dunque, è parte di questo
tuo corpo freddo e secco, che non abbia gionto di quest'altro tuo
corpo umido e caldo? Non è dunque naturale, ma logica questa
distinzione d'elementi; e se il sole è nella sua regione
lontano dalla regione della terra, non è però da lui
più lontano l'aria, l'arida ed acqua, che da questo corpo:
perché cossì quello è corpo composto, come
questo, benché di quattro detti elementi altro predomine
in quello, altro in questo. Oltre, se vogliamo che la natura sia
conforme a questa logica che vuole la massima distanza deverse a
gli contrarii, bisognarà che tra il tuo foco, che è
lieve, e la terra, che è grave, sia interposto il tuo cielo,
il quale non è grave né lieve. O, se pur ti vuoi strengere,
con dir che intendi questo ordine nelli chiamati elementi, sarà
de bisogno pure che altrimente le venghi ad ordinare. Voglio dire
che tocca a l'acqua di essere nel centro e luogo del gravissimo,
se il foco è nella circonferenza e luogo del levissimo nella
regione elementare; perché l'acqua, che è fredda ed
umida, contraria al foco secondo ambedue le qualitadi, deve essere
massime lontana dal freddo e secco elemento; e l'aria, che dite
caldo ed umido, devrebbe essere lontanissimo dalla fredda e secca
terra. Vedete, dunque, quanto è inconstante questa peripatetica
proposizione, o la essaminate secondo la verità della natura,
o la misurate secondo gli proprii principii e fondamenti?
\ ALB.\ Lo vedo, e molto apertamente.
\ FIL.\ Vedete ancora, che non è contra raggione la nostra
filosofia, che reduce ad un principio e referisce ad un fine e fa
concidere insieme gli contrarii, di sorte che è un soggetto
primo dell'uno e l'altro; dalla qual coincidenza stimiamo ch'al
fine è divinamente detto e considerato che li contrarii son
ne gli contrarii, onde non sia difficile di pervenire a tanto che
si sappia come ogni cosa è di ogni cosa: quel che non poté
capire Aristotele ed altri sofisti.
\ ALB.\ Volentieri vi ascolto. So che tante cose e sì diverse
conclusioni non si possono insieme e con una occasione provare;
ma da quel, che mi scuoprite inconvenienti le cose che io stimava
necessarie, in tutte l'altre, che con medesima e simil raggione
stimo necessarie, dovegno suspetto. Però con silenzio ed
attenzion mi apparecchio ad ascoltar i fondamenti, principii e discorsi
vostri.
\ ELP.\ Vedrete che non è secol d'oro quello ch'ha apportato.Aristotele
alla filosofia. Per ora, espediscansi gli dubii da voi proposti.
\ ALB.\ Io non sono molto curioso circa quelli altri, perché
bramo d'intendere quella dottrina di principii da quali questi ed
altri dubii iuxta la filosofia vostra si risolveno.
\ FIL.\ Di quelli ne raggionaremo poi. Quanto al quinto argomento,
dovete avvertire che, se noi imaginiamo gli molti ed infiniti mondi,
secondo quella raggione di composizione che solete voi imaginare,
quasi che - oltre un composto di quattro elementi, secondo l'ordine
volgarmente riferito; ed otto, nove o diece altri cieli, fatti d'un'altra
materia e di diversa natura, che le contegnano, e con rapido moto
circulare se gli raggireno intorno; ed oltre cotal mondo cossì
ordinato e sferico - ne intendiamo altri ed altri similmente sferici
e parimente mobili; allora noi deremmo donar raggione e fengere
in qual modo l'uno verrebe continuato o contiguo all'altro; allora
andremmo fantasticando in quanti punti circonferenziali possa esser
tocco dalla circonferenza di circonstanti mondi; allora vedreste
che, quantunque fussero più orizonti circa un mondo, non
sarebono però d'un mondo, ma arrebe quella relazione quest'uno
a questo mezzo, ch'ha ciascuno al suo; perché là hanno
la influenza, dove e circa dove si raggirano e versano. Come, se
più animali fussero ristretti insieme e contigui l'uno a
l'altro, non per questo seguitarebe che gli membri de l'uno potessero
appartenere a gli membri dell'altro, di sorte che ad uno ed a ciascun
d'essi potessero appartener più capi o busti. Ma noi, per
la grazia de dei, siamo liberi da questo impaccio di mendicare tale
iscusazione; perché, il loco di tanti cieli e di tanti mobili
rapidi e renitenti, retti ed obliqui, orientali ed occidentali,
su d'asse del mondo ed asse del zodiaco, in tanta e quanta, in molta
e poca declinazione, abbiamo un sol cielo, un sol spacio, per il
quale e questo astro in cui siamo, e tutti gli altri fanno gli proprii
giri e discorsi. Questi sono gl'infiniti mondi, cioè gli
astri innumerabili; quello è l'infinito spacio, cioè
il cielo continente e pervagato da quelli. Tolta è la fantasia
della general conversion di tutti circa questo mezzo da quel, che
conoscemo aperto la conversion di questo che, versandosi circa il
proprio centro, s'espedisce alla vista de lumi circonstanti in ore
vinti e quattro. Onde viene a fatto tolta quella continenza de gli
orbi deferenti gli lor astri affissi circa la nostra regione; ma
rimane attribuito a ciascuno sol quel proprio moto, che chiamiamo
epiciclico, con le sue differenze da gli altri mobili astri; mentre
non da altro motore che dalla propria anima essagitati, cossì
come questo circa il proprio centro e circa l'elemento del fuoco,
a lunghi secoli se non eternamente, discorreno.
Ecco, dunque, quali son gli mondi, e quale è il cielo. Il
cielo è quale lo veggiamo circa questo globo, il quale non
meno che gli altri è astro luminoso ed eccellente. Gli mondi
son quali con lucida e risplendente faccia ne si mostrano distinti,
ed a certi intervalli seposti gli uni da gli altri; dove in nessuna
parte l'uno è più vicino a l'altro che esser possa
la luna a questa terra, queste terre a questo sole: a fin che l'un
contrario non destrugga ma alimente l'altro, ed un simile non impedisca
ma doni spacio a l'altro. Cossì, a raggione a raggione, a
misura a misura, a tempi a tempi, questo freddissimo globo, or da
questo or da quel verso, ora con questa ora con quella faccia si
scalda al sole; e con certa vicissitudine or cede, or si fa cedere
alla vicina terra, che chiamiamo luna, facendosi or l'una or l'altra
o più lontana dal sole, o più vicina a quello: per
il che antictona terra è chiamata dal Timeo ed altri pitagorici.
Or questi sono gli mondi abitati e colti tutti da gli animali suoi,
oltre che essi son gli principalissimi e più divini animali
dell'universo; e ciascun d'essi non è meno composto di quattro
elementi che questo in cui ne ritroviamo; benché in altri
predomine una qualità attiva, in altri altra; onde altri
son sensibili per l'acqui, altri son sensibili per il foco. Oltre
gli quai quattro elementi che vegnono in composizion di questi,
è una eterea regione, come abbiam detto, immensa, nella qual
si muove, vive e vegeta il tutto. Questo è l'etere che contiene
e penetra ogni cosa; il quale, in quanto che si trova dentro la
composizione (in quanto, dico, si fa parte del composto), è
comunmente nomato aria, quale è questo vaporoso circa l'acqui
ed entro il terrestre continente, rinchiuso tra gli altissimi monti,
capace di spesse nubi e tempestosi Austri ed Aquiloni. In quanto
poi che è puro, e non si fa parte di composto, ma luogo e
continente per cui quello si muove e discorre, si noma propriamente
etere, che dal corso prende denominazione. Questo benché
in sustanza sia medesimo con quello che viene essagitato entro le
viscere de la terra, porta nulla di meno altra appellazione; come
oltre, si chiama aria quello circostante a noi; ma, come in certo
modo fia parte di noi o pur concorrente nella nostra composizione,
ritrovato nel pulmone, nelle arterie ed altre cavitadi e pori, si
chiama spirto. Il medesimo circa il freddo corpo si fa concreto
in vapore, e circa il caldissimo astro viene attenuato, come in
fiamma; la qual non è sensibile, se non gionta a corpo spesso,
che vegna acceso dall'ardor intenso di quella. Di sorte che l'etere,
quanto a sé e propria natura, non conosce determinata qualità,
ma tutte porgiute da vicini corpi riceve, e le medesime col suo
moto alla lunghezza dell'orizonte dell'efficacia di tai principii
attivi transporta. Or eccovi mostrato quali son gli mondi e quale
è il cielo; onde non solo potrai essere risoluto quanto al
presente dubio, ma e quanto ad altri innumerabili; ed aver però
principio a molte vere fisiche conclusioni. E se sin ora parrà
qualche proposizione supposta e non provata, quella per il presente
lascio alla vostra discrezione; la quale, se è senza perturbazione,
prima che vegna a discuoprirla verissima, la stimarà molto
più probabile che la contraria.
\ ALB.\ Dimmi, Teofilo, ch'io ti ascolto.
\ FIL.\ Cossì abbiamo risoluto ancora il sesto argumento,
il quale, per il contatto di mondi in punto, dimanda che cosa ritrovarsi
possa in que' spacii triangulari, che non sia di natura di cielo
né di elementi. Perché noi abbiamo un cielo, nel quale
hanno gli lor spacii, regioni e distanze competenti gli mondi; e
che si diffonde per tutto, penetra il tutto ed è continente,
contiguo e continuo al tutto, e che non lascia vacuo alcuno; eccetto
se quello medesimo, come in sito e luogo in cui tutto si muove,
e spacio in cui tutto discorre, ti piacesse chiamar vacuo, come
molti chiamorno; o pur primo suggetto, che s'intenda in esso vacuo,
per non gli far aver in parte alcuna loco, se ti piacesse privativa-
e logicamente porlo come cosa distinta per raggione, e non per natura
e sussistenza, da lo ente e corpo. Di sorte che niente se intende
essere che non sia in loco o finito o infinito, o corporea- o incorporeamente,
o secondo tutto o secondo le parti; il qual loco infine non sia
altro che spacio; il qual spacio non sia altro che vacuo, il quale,
se vogliamo intendere come una cosa persistente, diciamo essere
l'etereo campo che contiene gli mondi; se vogliamo concipere come
cosa consistente, diciamo essere il spacio in cui è l'etereo
campo e mondi, e che non si può intendere essere in altro.
Ecco come non abbiamo necessità di fengere nuovi elementi
e mondi al contrario di coloro che per levissima occasione cominciorno
a nominare orbi deferenti, materie divine, parti più rare
e dense di natura celeste, quinte essenze ed altre fantasie e nomi
privi d'ogni suggetto e veritade.
Al settimo argomento diciamo uno essere l'universo infinito, come
un continuo e composto di eteree regioni e mondi; infiniti essere
gli mondi, che in diverse regioni di quello per medesima raggione
si denno intendere ed essere che questo in cui abitiamo noi, questo
spacio e regione intende ed è: come ne gli prossimi giorni
ho raggionato con Elpino, approvando e confirmando quello che disse
Democrito, Epicuro ed altri molti, che con gli occhi più
aperti han contemplata la natura, e non si sono presentati sordi
alle importune voci di quella.
Desine quapropter, novitate exterritus ipsa,
Expuere ex animo rationem: sed magis acri
Iudicio perpende, et si tibi vera videtur,
Dede manus; aut si falsa est, accingere contra.
Quaerit enim rationem animus, cum summa loci sit
Infinita foris haec extra moenia mundi;
Quid sit ibi porro, quo prospicere usque velit mens,
Atque animi tractus liber quo pervolet ipse.
Principio nobis in cunctas undique partes,
Et latere ex utroque, infra supraque per omne,
Nulla est finis, uti docui, res ipsaque per se
Vociferatur, et elucet natura profundi.
Crida contro l'ottavo argumento, che vuole la natura fermarsi in
un compendio; perché, benché esperimentiamo in ciascuno
ne' mondi grandi e piccioli, non si vede però in tutti; perché
l'occhio del nostro senso, senza veder fine, è vinto dal
spacio inmenso che si presenta; e viene confuso e superato dal numero
de le stelle che sempre oltre ed oltre si va moltiplicando; di sorte
che lascia indeterminato il senso e costrenge la raggione di sempre
giongere spacio a spacio, regione a regione, mondo a mondo.
Nullo iam pacto verisimile esse putandumst,
Undique cum vorsum spacium vacet infinitum,
Seminaque innumero numero, summaque profunda
Multimodis volitent aeterno percita motu,
Hunc unum terrarum orbem, caelumque creatum.
Quare etiam atque etiam tales fateare necesse est,
Esse alios alibi congressus materiei:
Qualis hic est avido complexu quem tenet aether.
Mormora contro il nono argumento, che suppone e non prova che alla
potenza infinita attiva non risponda infinita potenza passiva e
non possa esser soggetto infinita materia e farsi campo spacio infinito;
e per consequenza non possa proporzionarsi l'atto e l'azione a l'agente,
e l'agente possa comunicar tutto l'atto, senza che esser possa tutto
l'atto comunicato (che non può imaginarsi più aperta
contradizione di questa). È dunque assai ben detto:
Praeterea cum materies est multa parata,
Cum locus est praesto, nec res nec causa moratur
Ulla, geri debent nimirum et confieri res.
Nunc ex seminibus si tanta est copia quantam
Enumerare aetas animantum non queat omnis,
Visque eadem et natura manet, quae semina rerum
Coniicere in loca quaeque queat, simili ratione
Atque huc sunt coniecta: necesse est confiteare
Esse alios aliis terrarum in partibus orbes,
Et varias hominum genteis, et secla ferarum.
Diciamo a l'altro argumento, che non bisogna questo buono, civile
e tal conmercio de diversi mondi, più che tutti gli uomini
sieno un uomo, tutti gli animali sieno un animale. Lascio che per
esperienza veggiamo essere per il meglio de gli animanti di questo
mondo, che la natura per mari e monti abbia distinte le generazioni;
a le quali essendo per umano artificio accaduto il commercio, non
gli è per tanto aggionta cosa di buono più tosto che
tolta, atteso che per la communicazione più tosto si radoppiano
i vizii che prender possano aumento le virtudi. Però ben
lamenta il Tragico:
Bene dissepti foedera mundi
Traxit in unum Thessala pinus
Iussitque pati verbera pontum,
Partemque metus fieri nostri
Mare sepostum.
Al decimo si risponde come al quinto; perché cossì
ciascuno de mondi nell'etereo campo ottiene il suo spacio, che l'uno
non si tocca o urta con l'altro; ma discorreno e son situati con
distanza tale per cui l'un contrario non si destrugga, ma si fomente
per l'altro.
All'undecimo, che vuole la natura moltiplicata per decisione e division
della materia non ponersi in tale atto se non per via di generazione,
mentre l'uno individuo come parente produce l'altro come figlio;
diciamo che questo non è universalmente vero, perché
da una massa per opra del sole efficiente si producono molti e diversi
vasi di varie forme.e figure innumerabili. Lascio che, se fia l'interito
e rinovazion di qualche mondo, la produzione de gli animali, tanto
perfetti quanto imperfetti, senza atto di generazione nel principio
viene effettuata dalla forza e virtù della natura.
Al duodecimo ed ultimo, che da quel, che questo o un altro mondo
è perfetto, vuol che non si richiedano altri mondi, dico
che certo non si richiedeno per la perfezione e sussistenza di quel
mondo; ma per la propria sussistenza e perfezion dell'universo è
necessario che sieno infiniti. Dalla perfezion dunque di questo
o quelli non séguita, che quelli o questo sieno manco perfetti:
perché cossì questo come quelli, e quelli come questo,
constano de le sue parti, e sono, per gli suoi membri, intieri.
\ ALB.\ Non sarà, o Filoteo, voce di plebe, indignazion di
volgari, murmurazion di sciocchi, dispreggio di tai satrapi, stoltizia
d'insensati, sciocchezza di scìoli, informazion di mentitori,
querele di maligni e detrazion d'invidiosi, che mi defraudino la
tua nobil vista e mi ritardino dalla tua divina conversazione. Persevera,
mio Filoteo, persevera; non dismetter l'animo e non ti far addietro
per quel, che con molte machine ed artificii il grande e grave senato
della stolta ignoranza minaccia e tenta distruggere la tua divina
impresa ed alto lavoro. Ed assicurati ch'al fine tutti vedranno
quel ch'io veggo; e conosceranno che cossì ad ognuno è
facile di lodarti, come a tutti è difficile l'insegnarti.
Tutti, se non sono perversi a fatto, cossì da buona conscienza
riportaranno favorevole sentenza di te, come dal domestico magistero
dell'animo ciascuno al fine viene instrutto; perché gli beni
de la mente non altronde che dall'istessa mente nostra riportiamo.
E perché ne gli l'animi di tutti è una certa natural
santità che, assisa nell'alto tribunal de l'intelletto, essercita
il giudicio del bene e male, de la luce e tenebre, avverrà
che da le proprie cogitazioni di ciascuno sieno in tua causa suscitati
fidelissimi ed intieri testimoni e defensori. Talmente, se non te
si faranno amici, ma vorranno neghittosamente in defensione de la
turbida ignoranza ed approvati sofisti perseverar ostinati adversarii
tuoi, sentiranno in se stessi il boia e manigoldo tuo vendicatore;
che, quanto più l'occoltaranno entro il profondo pensiero,
tanto più le tormente. Cossì il verme infernale, tolto
da la rigida chioma de le Eumenidi, veggendo casso il proprio dissegno
contra di te, sdegnoso si converterà alla mano o al petto
del suo iniquo attore e gli darà tal morte, qual può
chi sparge il stigio veleno, ove di tal angue gli aguzzati denti
han morso.
Séguita a farne conoscere che cosa sia veramente il cielo,
che sieno veramente gli pianeti ed astri tutti; come sono distinti
gli uni da gli altri gl'infiniti mondi; come non è impossibile,
ma necessario, un infinito spacio; come convegna tal infinito effetto
all'infinita causa; qual sia la vera sustanza, materia, atto ed
efficiente del tutto; qualmente de medesimi principii ed elementi
ogni cosa sensibile e composta vien formata. Convinci la cognizion
dell'universo infinito. Straccia le superficie concave e convesse,
che terminano entro e fuori tanti elementi e cieli. Fanne ridicoli
gli orbi deferenti e stelle fisse. Rompi e gitta per terra col bombo
e turbine de vivaci raggioni queste stimate dal cieco volgo le adamantine
muraglia di primo mobile ed ultimo convesso. Struggasi l'esser unico
e propriamente centro a questa terra. Togli via di quella quinta
essenza l'ignobil fede. Donane la scienza di pare composizione di
questo astro nostro e mondo con quella di quanti altri astri e mondi
possiamo vedere. Pasca e ripasca parimente con le sue successioni
ed ordini ciascuno de gl'infiniti grandi e spaciosi mondi altri
infiniti minori. Cassa gli estrinseci motori insieme con le margini
di questi cieli. Aprine la porta per la qual veggiamo l'indifferenza
di questo astro da gli altri. Mostra la consistenza de gli altri
mondi nell'etere, tal quale è di questo. Fa' chiaro il moto
di tutti provenir dall'anima interiore, a fine che con il lume di
tal contemplazione con più sicuri passi procediamo alla cognizion
della natura.
\ FIL.\ Che vuol dire, o Elpino, che il dottor Burchio né
sì tosto, né mai ha possuto consentirne?
\ ELP.\ È proprio di non addormentato ingegno da poco vedere
ed udire posser considerare e comprender molto.
\ ALB.\ Benché sin ora non mi sia dato di veder tutto il
corpo del lucido pianeta, posso pur scorgere pe' raggi che diffonde
per gli stretti forami de chiuse fenestre dell'intelletto mio, che
questo non è splendor d'artificiosa e sofistica lucerna,
non di luna o di altra stella minore. Però a maggior apprension
per l'avenire m'apparecchio.
\ FIL.\ Gratissima sarà la vostra familiarità.
\ ELP.\ Or andiamo a cena.
|